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MATTEO ANASTASIthis land is your land. this land is my land. this land was made for you and me.
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July 23 "Pete, You Outlasted The Bastards!"Mentre
Pete ed io viaggiavamo verso Washington per la cerimonia di insediamento del
Presidente Obama, mi ha raccontato l'intera storia di "We Shall
Overcome", di come, da un gospel nero, si sia trasformata in una canzone
del movimento operaio e poi, grazie all'estro di Pete, sia stata adottata dal
movimento per i diritti civili.
May 14 La Resistenza 2009Zio Marco entra in un bar. Ordina un caffè. Lo beve. Poi si gira. Vede tre ripiani di scaffalli tappezzati di sciarpe e bandiere coperte di svastiche e croci celtiche. Vede un busto bronzeo del duce. Poi un altro. E un altro ancora. Tanti. Tutti intorno. Di ogni dimensione e fattura. Poggia il caffè sul ripiano marmoreo del bancone. Va verso la parete. La cameriera lo guarda. Attonita. Come se niente fosse, si incammina verso l'uscita. Sullo stipite della porta vede un calendario sulla cui copertina è raffigurato il duce che fa il saluto romano davanti alla folla. Lo stacca dal chiodo sul quale è affisso. Lo riaffige capovolto. La testa penzolante verso il basso. Si gira verso il barista. Urla: "Ecco. A testa in giù. Viva Piazzale Loreto!" Zio Marco esce dal bar. February 07 Ballad For A Friend
He was a friend of mine
He never done no wrong
He was a friend of mine February 05 5 febbraio 2006
E chissà dove sarai, amico... January 27 Ciao, Luigi, Ciao.
Lascia che sia fiorito con la coscienza pura
Fabrizio De Andrè, “Preghiera In Gennaio” (1967)
Vogliamo parlarvi ancora di Luigi Tenco, cantautore, che per un giorno si è conquistato con la morte tanta notorietà come non era mai riuscito da vivo con le sue canzoni. Diciamo per un giorno, perché la gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po' tutti responsabili dell'atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte. Il risultato del festival ha reso ancora più stridente il contrasto tra la reazione delle giurie e l'impegno che Luigi Tenco aveva sperato di richiamare con la violenza contro se stesso. Perciò pensiamo che pochi lo abbiano capito e per questo non vogliamo dimenticare il suicidio di Luigi Tenco che va al di là di ogni sdrucciolevole simbolismo beat. da Il Tempo, 10 febbraio 1967 January 21 "This Land Is Your Land"
Il discorso di Barack Obama termina con la formula “God Bless the United States of America”, Dio benedica gli Stati Uniti d’America, una sia pure rituale rivendicazione del rapporto speciale fra l’America e Dio. Ma il giorno prima, davanti alla statua di Abraham Lincoln, Pete Seeger e Bruce Springsteen hanno cantato e fatto cantare a un milione di persone “This Land Is Your Land”, la canzone che Woody Guthrie scrisse proprio per esprimere rabbia e dissenso verso i sentimenti patriottici della canzone “God Bless America” di Irving Berlin. E vale la pena di soffermarsi su questo momento, e sul suo dialogo con il discorso presidenziale del giorno dopo. Spero abbiamo visto in molti il momento emozionante in cui il vecchio Pete, che dagli anni ’30 a oggi è stato la voce e l’ispirazione del folk revival democratico e militante, passava il testimone a un rocker come Bruce Springsteen: sta a lui, e alla sua musica, oggi parlare dell’America. Negli anni ’50, Pete Seeger era stato in lista nera per la sua militanze nel Partito Comunista Americano: che fosse uno dei perseguitati di allora a inaugurare oggi il nuovo ciclo alla Casa Bianca, per di più con una canzone scritta da un altro comunista, era commovente. A sua volta, fin dall’inizio della sua carriera Bruce Springsteen ha avuto chiaro che il rock ha anche un passato, uno spessore di storia, di tradizione e di memoria. Con lui, il rock, tradizione apparentemente senza memoria, , musica giovane del presente, del futuro e del nuovo, musica che ha sempre orgogliosamente ostentato la sua presunta mancanza di passato, si accorge di averlo. Nessuno incarna meglio questa idea, che il rock abbia una storia e un passato, di Bruce Springsteen. Gran parte della sua musica è stata un richiamo ai principi fondatori del rock and roll. Pensiamo a quell’immagine di Thunder Road” (1975) nella quale il ricordo è associato a una voce del passato: Mary esce sul portico con l’abito bianco mosso dal vento, e sullo sfondo c’è “Roy Orbison singing for the lonely”, che canta per chi è solo, citazione di un disco di 15 anni prima, che per il rock sono ere geologiche; in più, il titolo veniva da un film (e da una canzone) di Robert Mitchum del 1958, ambientato fra i minatori di Harlan. Pensiamo a “No Surrender” (1984), dove la memoria del rock sentito da ragazzo (“abbiamo imparato più cose da tre minuti di disco che da tutta la scuola”) è la radice della ribellione capace di durare anche oltre i fatidici trent’anni. Se Roy Orbison cantava per i “lonely”, Bruce Springsteen canta per tutti i giovani ribelli che non hanno smesso di essere ribelli quando hanno smesso di essere giovani. E figuratevi quanto è vero questo per il novantenne Pete Seeger, sulla scalinata del Lincoln Memorial, a cantare settant’anni dopo una canzone che imparò quando aveva vent’anni. “This Land Is Your Land”, questa terra è la tua terra, è diventata una specie di inno patriottico, insegnata ai bambini nelle scuole e sfigurata dalla pubblicità, un elogio della vastità e della bellezza di un’America ideale di foreste, campi di grano, cieli e strade aperte. Ma non è tutta qui. Ispirato dal New Deal e infuriato dal patriottismo nauseante di “God Bless America”, Woody Guthrie popola quest’America ideale con la presenza sofferta degli Stati Uniti reali, quelli della vita di tutti i giorni, della povertà, dell’emarginazione, della disperazione. Sono strofe dimenticate e censurate (fu Bruce Springsteen a cantarle in concerto nei primi anni ’80), strofe cancellate e rimosse, che evocavano la crisi degli anni ’30 e che raccontano la crisi di oggi: “nelle piazze delle mie città, sotto l’ombra di un campanile, ho visto la mia gente fare la fila per il sussidio all’ufficio di collocamento, e mentre loro stavano lì affamati, io mi chiedevo se questa terra fosse fatta per te e per me”. E che dichiaravano dove stava la causa: “c’era un gran muro che cercava di fermarmi, e sopra c’era una scritta dipinta che diceva ‘proprietà privata’, ma dall’altra parte non c’era scritto niente, quella parte è stata fatta per te e per me”. Il 19 gennaio 2009, a Washington, Pete Seeger e Bruce Springsteen l’hanno
cantata, e l’hanno fatta cantare, tutta intera, senza rinunciare alle strofe “sovversive”,
a un milione di persone. Inaugurare il Presidente degli Stati Uniti D’America con
una canzone contro la proprietà privata non è uno scherzo. E allora dire
“questa terra è la mia terra” non significa solo adesione sentimentale:
significa dire che uno può amare il proprio paese, e dire che deve cambiare (e
l’aveva già detto, senza farsi capire allora, Bruce Springsteen con “Born in
the USA”). Ma il cambiamento di cui parlano Guthrie, Springsteen e Seeger va oltre le formule dei padri fondatori. Per chi è stata fatta questa terra? Che significa questa bandiera? Chi siamo, “you and me” e chi è il “we” dello “yes we can”? E questi U.S.A. dove siamo nati, questa America benedetta, che cosa è e che cosa vogliamo che sia? Tutta la storia della musica popolare, della canzone politica di protesta, e del rock’n’roll, ha posto queste domande al nuovo presidente. Che qualcosa ha detto: ha riconosciuto le difficoltà materiali di tanti americani, in cerca di sussidi come nella canzone di Woody; ha preso atto della necessità di dare una regolata al mercato, di ricostruire l’immagine internazionale degli Stati Uniti, di restituire un ruolo alle istituzioni pubbliche. Possono essere passi sulla lunga strada proclamata da Woody Guthrie, quella “freedom highway” dove viaggiano Pete Seeger e Bruce Springsteen. Se lo saranno, e quanto si andrà lontano, più che da Barack Obama dipenderà da “you and me”.
Alessandro Portelli
Premessa: A Song Made For You And Me
This Land Is Your Land nasce il 23 febbraio 1940, in una stanza dell’Hanover House, uno dei tanto alberghetti che popolano l’area intorno alla trafficata Times Square. E’ la canzone più famosa di Woody Guthrie ed una delle composizioni più eseguite al mondo, proposta tante volte come nuovo inno nazionale americano. La sua popolarità deriva dal significato sociale universale e dalle dichiarazioni onnicomprensive che esprime; la melodica è orecchiabile, così semplice da poter essere cantata da tutti. Woody la scrisse come reazione, a metà strada tra ironia e rabbia, a God Bless America scritta da Irving Berlin nel 1918, sorta di inno patriottico consolatorio e rassicurante, che veniva trasmesso fino alla nausea dalle radio, nella versione del 1938 di Kate Smith. La musica è tratta dal gospel tradizionale When The World’s On Fire, già utilizzata dalla Carter Family per la canzone Little Darling, Pal Of Mine. This Land, che diventerà ben presto un classico della musica popolare americana e sarà persino insegnata nelle scuole elementari, rappresenta il manifesto poetico e programmatico di Guthrie. Ogni strofa tocca temi che saranno poi sviluppati nelle sua canzoni nell’arco di una vita intera: le dust bowl, le tempeste di polvere che devastavano la terra dell’Oklahoma; la disoccupazione, lo sfruttamento dei più deboli, dei contadini, degli operai, della povera gente da parte dei potenti-prepotenti, la critica alla proprietà privata, la natura e il paesaggio incontaminati, la fiduciosa, ottimistica e un po’ ingenua speranza in un mondo migliore, un mondo di pace, di giustizia, di libertà. Il ritornello diventa l’esortazione, di ispirazione socialista, a condividere, tutti assieme, senza nessuna divisione o gerarchia, non solo quel senso di appartenenza a un grande paese, ma la consapevolezza di essere tutti quanti parte di un’unica grande anima.
This land is your land, this land is my land From California to the New York Island From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters This land was made for you and me.
As I went walking that ribbon of highway I saw above me that endless skyway I saw below me that golden valley This land was made for you and me.
I roamed and I rambled and I followed my footsteps To the sparkling sands of her diamond deserts While all around me a voice was sounding Saying this land was made for you and me.
This land is your land, this land is my land From California to the New York Island From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters This land was made for you and me.
There was a big high wall there that tried to stop me Sign was painted, it said private property But on the back side it didn't say nothing That side was made for you and me.
When the sun came shining, and I was strolling And the wheat fields waving and the dust clouds rolling A voice was chanting, As the fog was lifting, This land was made for you and me.
This land is your land, this land is my land From California to the New York Island From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters This land was made for you and me.
In the squares of the city, in the shadow of a steeple By the relief office, I'd seen my people As they stood there hungry, I stood there asking Is this land made for you and me?
Nobody living can ever stop me, As I go walking that freedom highway Nobody living can ever make me turn back This land was made for you and me.
This land is your land, this land is my land From California to the New York Island From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters This land was made for you and me.
19 Gennaio 2009
Settanta anni dopo, quel vecchietto col cappello di lana colorato salì sul palco. Afferrò il suo banjo e cantò. Cantò This Land Is Your Land, quella vecchia canzone del suo vecchio amico Woody, che da tanto tempo se n’era andato.
Si commosse, mentre cantava, pensando alle parole che, più di quaranta anni prima, erano state urlate da quello stesso luogo:
“Let freedom ring. And when this happens, when we allow freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God's children will be able to join hands and sing in the words of the old negro spiritual: Free at last! Free at last! Thank God Almighty, we are free at last!”
Si commosse pensando che il sogno del pastore di colore, al quale lui aveva l’emozione della musica, si era avverato per davvero.
Si commosse, infine, pensando al suo vecchio amico Woody che non c’era più, a quanto gli sarebbe piaciuto averlo accanto, a cantare ancora insieme quella sua canzone.
Allora alzò gli occhi al cielo e lo vide: il suo caro vecchio amico. Era proprio là, sopra di lui. Lo guardava dall’alto dei pascoli infiniti del paradiso. E gli sorrideva.
Quel vecchietto col berretto di lana cantava.
Lo stesso vecchietto che, tanti anni prima, quando era ancora un ragazzone alto e atletico, era stato bandito da tutte le stazioni radiofoniche, da tutte le reti televisive, condannato, cacciato e isolato, con l’accusa di essere anti-americano, quello stesso vecchietto ora è su quel palco, libero di parlare al mondo intero con la sua musica.
Alle sue spalle, l’imponente monumentalità marmorea del Lincoln Memorial. Davanti a sé, centinaia di migliaia di persone in festa che cantano con lui, insieme a lui.
Quel vecchietto col berretto di lana era felice.
Matteo Anastasi
January 12 Ricordo Di Uno Che Gli Piaceva Vivere Alla Grande
Il 12 gennaio di 20 anni fa, nel lontano 1989, ci lasciava il cantautore e poeta Franco Fanigliulo.
"Un po' bohemienne e un po' lupo solitario, imprevedibile e amabilmente pazzo, irrazionale perchè intuitivo, genio incompreso, l'artista contadino, il poeta delle cose semplici ha sempre vissuto una realtà avulsa dagli stereotipi e dalla logica di mercato. E' proprio il caso di dire che la tradizionale figura del vero artista, impalpabile, inconfutabile e priva di una collocazione temporale definita, ha rivissuto con "Fanii" in una delle sue dimensioni più sincere e genuine."
Massimo Benedetti
-"Ma tu chi sei?"
-"Niente. Un irrequieto. Anzi, lo confesso: un intrallazzatore. Davanti all'ubriacatura di ottimismo e buonismo di San Remo canto la gioventù che ha perso la fantasia, la generazione che si sta autodistruggendo. Noi di questa generazione se entriamo nelle favole, non ci entriamo in mutande, ma armati. Non crediamo più a niente."
Franco Fanigliulo
January 10 Dies Irae
9 Gennaio 2009 Roma, Italia Sala Santa Cecilia, Auditorium - Parco della Musica:
Matteo Anastasi rannicchiato, piccolo piccolo, dentro la sua poltroncina, attonito, inerme, e, davanti a lui, la Morte, immensa e frastornante, di una magistrale Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. December 10 Addio a Odetta: "The Voice Of Civil Rights Movement"Ci sarà un silenzio nel coro di alleluja che si alzerà il 20 gennaio dal tempio della democrazia americana, il Campidoglio, raccolto per celebrare Barack Hussein Obama. Mancherà proprio la voce di colei che per sessant'anni aveva cantato il vangelo doloroso dei diritti civili negati.
Odetta Holmes, la donna morta il 2 dicembre 2008 a 77 anni prima di poter salutare l'avvento del primo africano sul trono d' America, era infinitamente più di una cantante di folk music, ballads, spirituals, gospels e blues. Era stata la voce melodiosa del sogno e la colonna sonora della speranza.
Odetta, come era conosciuta senza cognome, perché così, con il nome soltanto, erano chiamati gli schiavi nelle piantagioni, si è spenta per cedimento del cuore, in un ospedale di Manhattan, lontanissima da quella 'bama, dall’Alabama schiavista e razzista dove era nata nel 1930, figlia non soltanto del proprio colore «sbagliato», ma di quella Grande Depressione che aveva devastato i mezzadri, i fittavoli e i braccianti neri delle campagne, come erano i suoi.
Nella storia della musica americana, che tanto spesso intreccia note e accordi, voci e chitarre con la vicenda politica e umana della nazione, Odetta era l' interprete di un "furore" fatto suono e uscito dal crogiolo di culture e di musicalità fuse a frustate nel sud del Paese, uscite dai campi di cotone, dalle chiesette battiste e dalle carceri di massima sicurezza. Da lei, come da una pianta massiccia quanto la sua figura inconfondibile di «big black mama» erano spuntati i rami di altri trovatori divenuti simboli del proprio tempo, Bob Dylan, Joan Baez, fino a Bruce Springsteen che la volle accanto alla Carnegie Hall, quando già cantare era per lei un rischio e una fatica immane, per interpretare un suo pezzo, con l' ultimo slancio di quella «rabbia e frustrazione» che, lei diceva, erano l'ispirazione della sua musica. Volle reintepretare un suo spiritual celebre, "House Of The Risin’ Sun", quando l'inettitudine e l'ottusità di un altro "padrone" bianco, George W. Bush, lasciò che la New Orleans nera, quella dei quartiere poveri e bassi, venisse inghiottita dalle acque dell’uragano Katrina nel 2005.
In una lunga intervista autobiografica per uno speciale della tv pubblica americana, spiegò che avrebbe cercato di cantare fino a quando ci fosse stato al mondo ancora un uomo e una donna «costretti a strisciare con lo stivale di un altro sul collo, pronto a schiacciarlo». Aveva studiato musica, preso diplomi, era stata coperta di lauree ad honorem e di decorazioni anche dal presidente Clinton, ma anche da anziana non esitava a esibirsi in concerti rustici all' aperto, in improvvisazioni sotto tettoie di paglia, accanto ai campi della sua 'bama, perché «la mia è musica della liberazione, e la fatica della liberazione non finisce mai». Chi non l' ha mai sentita non sa che cosa sia il suono di una tragedia umana che lei ha visto almeno stemperarsi nel palliativo di un'elezione.
Il suo sogno era quello di poter cantare un'ultima volta le laudi del primo presidente afro-americano della storia, alla cerimonia inaugurale, con quella voce profonda che Duke Ellington definì come «uno strumento disumano capace di ogni tenerezza e di ogni collera». Come Maya Angelou, la poetessa sua coetanea e sorella di colore e di battaglie, che aveva letto il poema "Il Pulsare del Mattino" alla inauguratione di Bill Clinton, sedici anni or sono, anche lei aveva sperato di intonare le note del suo inno più commovente, quell'inno alla "Freedom", che fu il sound della marcia su Washington di Martin Luther King nel 1963 e del leggendario discorso del sogno che si chiuse appunto con la triplice invocazione del reverendo alla libertà, «liberi infine, liberi infine, dio onnipotente grazie, liberi infine».
«I have a dream», disse il pastore di colore, e Odetta diede a quel sogno l'emozione della musica.
articolo di Vittorio Zucconi da La Repubblica December 04 Un fatto vero.
4 dicembre 2008 ore 11.15
-“Chi è?”
-“Acea”.
Apro la porta.
-“Sono venuto a cambià il contatore”.
-“Prego”.
Smonta con il trapano elettrico il vecchio contatore analogico.
-“Era ora… possiamo mandarlo in congedo, che dice?”
-“Come, scusi?”
-“Il contatore. E’ vecchissimo. Era il momento de cambiallo”.
Rigira il contatore che tiene nella mano sinistra e guarda un’etichetta fissata sul retro.
-“Millenovecento… ottantotto. Questo è dell’88. Vent’anni, pari pari. Era ora de’ buttallo via”.
-“Certo”.
Un minuto di silenzio.
-“Ogni quanto li cambiate i contatori?”
-“No, ma ora li cambiamo perché stamo a installà i nuovi contatori diggitali. Questi –indicando il vecchio contatore analogico nella mano sinistra- so’ superati”.
Fissa con il trapano elettrico il contatore elettronico nuovo di zecca.
-“Io ho finito. Arrivederci”.
E se ne va, portandosi via il contatore analogico ventenne, che da due decadi albergava dentro casa mia.
Il mio contatore, che è entrato in questa casa quando ci sono entrato anche io, che c'è sempre stato, ogni giorno, tutta la mia vita.
Lo stesso contatore che mi ha visto dondolare nella culla, gattonare per il salone, fare i primi passi in corridoio, perdere il primo dentino da latte, farmi la prima sega.
Lo stesso contatore che mi ha visto crescere e che è cresciuto insieme a me.
Non lo rivedrò mai più.
Allora mi chiedo: anche io, come il mio coetaneo, sono vecchio?
Anche io, come il contatore analogico, sono da buttare via? October 31 Una verità che è quasi una menzogna.
21 ottobre
Silvio Berlusconi: «Vorrei dare un avviso ai naviganti, molto semplice: non permetteremo che vengano occupate scuole ed università. Perchè l'occupazione di posti pubblici non è una dimostrazione, una applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia. E' una violenza. Una violenza nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni, nei confronti dello Stato. Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere. Avete quattro anni e mezzo per metabolizzare queste cose. Fateci il callo. Io non retrocederò di un millimetro».
22 ottobre
Silvio Berlusconi: «Io ho detto: "siete liberissimi di manifestare e di protestare, ma non dovete imporre a chi non è della vostra idea di rinunciare al suo diritto a studiare e ad istruirsi". Quindi, non ho detto mai: "polizia nelle scuole". Non l'ho nemmeno pensato».
22 ottobre
Francesco Cossiga: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari, invece, lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».
29 ottobre
Piazza Navona, Roma
Alle 10.00 il Senato approva il decreto Gelmini. Fuori, centinaia di studenti, che diventano in poco tempo migliaia, gridano contro Palazzo Madama. A pochi metri, in Piazza Navona, nel frattempo si è piazzato un camioncino bianco di Blocco Studentesco, carico di mazze di ferro tricolori e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Sono fortemente connotati, questo non piace alla piazza. Diffondono le canzoni di Rino Gaetano, questo piace ancora meno perché quella non è roba loro e vogliono appropriarsene, metterci il cappello.
Anzi, i caschi da moto: è con quelli che cominciano a picchiare, una carica in piena regola, cinghiate e sprangate contro gruppi di quindicenni inermi che fino a quel momento avevano giocosamente, accompagnati dai loro professori, contestato il decreto Gelmini. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono ormai le 11.00. In pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de' Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, gridano terrorizzati. Il fuggi fuggi è generale: qualcuno grida al telefonino "non venire, ci stanno caricando", a un ragazzino gli rompono la testa e se lo porta via l'ambulanza, un'altra è piccola piccola, si chiama Alexandra, una sua amica la abbraccia, piange, si tiene la testa fra le mani, l'hanno picchiata con un casco, prova a raccontarlo, poi piange ancora più forte.
I poliziotti ora hanno caschi, scudi e manganelli. Sono pronti ma non intervengono. I fascisti sfondano la folla, circondano un ragazzino di tredici anni e lo massacrano a bastonate. Sono una sessantina, hanno teste rasate, bomber, catene, caschi, passamontagna, lunghi e grossi manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, serrano i ranghi, caricano a ondate.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario di Stato. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". a professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da trentadue anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Una studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi si crede di essere, Berlusconi?". "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra" esclama un'altra studentessa. La professoressa è tremendamente angosciata: "Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo".
E' quasi mezzogiorno. Dal Senato sta uscendo Francesco Cossiga. "Ora è contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Nel frattempo una ventina di fascisti rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce tranquillamente dal lato di piazza Navona, attraversa, spranghe alla mano, il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli, ma vengo fermato da un poliziotto: "E lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto sia quello il motivo del mio fermo. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti, armati fino ai denti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Volano i tavoli del "bar gelateria Navona", volano le sedie, le stufe, le bottiglie, i bicchieri e i piatti. Un'edicola ci rimette un paio di vetrine. Qualcuno prende un grosso Pinocchio di legno dal negozio di giocattoli "Al Sogno" e lo usa come mazza. La piazza è un campo di battaglia.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di inferno, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Una quindicina di neofascisti vengono atterrati e accerchiati. Il loro leader urla: "Sono i miei ragazzi!". Un poliziotto gli fa cenno di andarsene, poi gli grida premurosamente: "Levati Francesco, vai via". I due si conoscono. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, sono completamente disarmati. Il primo studente viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani sporche di sangue, tavoli e sedie sfasciate e il grande Pinocchio di legno senza più una gamba. Uno studente cerca il fratello più piccolo: "Da stasera i telegiornali parleranno soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino, che sono dei violenti, sovversivi. È il metodo Cossiga. Ci stanno distruggendo".
Riassumendo:
A piazza Navona è stato lasciato entrare un camion pieno di armi da guerriglia, sprange di ferro, mazze, bastoni e manganelli, nonostante la zona fosse circondata da un cordone di agenti delle Forze dell'Ordine.
L'aggressione è partita daI fascisti di Blocco Studentesco che, in perfetto stile squadrista, si sono fatti largo al centro della piazza a suon di sprange e cinghiate, massacrando ragazzini inermi. Soltanto dopo sono intervenuti gli studenti universitari di sinistra ei centri sociali, per difendere i compagni più piccoli, una difesa che la polizia non aveva saputo offrire. La polizia ha fatto finta di non vedere e non si è mossa mentre gli squadristi pestavano di botte quindicenni indifesi e terrorizzati. La polizia conosceva alcuni membri del Blocco Studentesco.
Gli squadristi del Blocco Studentesco si fanno strada al centro della piazza, colpendo a sprangate e cinghiate gli studenti indifesi, che scappano terrorizzati.
Un ragazzino che perde sangue dalla testa viene soccorso da una professoressa.
Uno studente colpito alla testa è a terra svenuto.
I fascisti esultano per la conquista del centro della piazza.
I fascisti, armati di spranghe di ferro, mazze tricolori e bastoni, in assetto da guerra, si preparano allo scontro con gli universitari di sinistra e i centri sociali.
I fascisti in prima linea.
I fascisti alla carica.
30 ottobre Per il governo, la colpa è degli studenti di sinistra. I video, le testimonianze, le teste sanguinanti non sono prove sufficienti: gli scontri di piazza Navona li hanno voluti i collettivi universitari e la sinistra estrema. Loro hanno picchiato con spranghe di ferro, mazze e bastoni e scaraventato i tavoli, le sedie in aria, la polizia è stata "equilibrata" e non c'era nessun infiltrato. Il camion degli studenti di destra è stato fatto entrare in piazza perchè "è usuale quando c'è una manifestazione". Quello che la polizia, e quindi il governo non raccontano è la carica dei fascisti su studenti inermi, spesso giovanissimi, ragazzini, che stavano in piazza Navona dalla prima mattina. Ben prima dell'arrivo degli squadristi di Blocco studentesco arrivati in piazza armati fino ai denti. Manca, nella ricostruzione del governo, la causa scatenante degli scontri e questo dà il via alla polemica fra le forze politiche.
Un assalto dei centri sociali contro i ragazzi pacifici di Blocco studentesco. La verità costruita dalla polizia e confezionata dal governo è bell'e pronta per andare in onda sui Tg e su tutte le televisioni. Tutto vero. Peccato che questa verità non dica cosa è successo in quella piazza prima dello scontro. Non dice che, prima dell'azione degli universitari, un camioncino pieno di squadristi picchiatori aveva aggredito a cinghiate e a sprangate gruppi di quindicenni indifesi. Dal famigerato pulmino bianco sono scesi studenti che a botte, pugni e calci si sono posizionati nel cuore dell'assembramento di ragazzini spargendo violenza e terrore allo scopo di connotare a destra la protesta studentesca. Solo a questo punto intervengono gli universitari chiamati dai più giovani per cercare una difesa che la polizia non ha saputo offrire. Dal corteo della Sapienza arriva un gruppo di quattrocento, a mani nude tanto che, per attaccare, usano i tavolini e le sedie dei bar che trovano in piazza. Per motivi oscuri le forze dell'ordine si accorgono solo di questa seconda fase, ma della prima, dell'attacco ai liceali da parte di Blocco studentesco, non si accorgono. I funzionari di polizia, che pure non erano distanti da dove avveniva il macello dei diritti, dicono di non essersene accorti e non ne fanno cenno nelle loro ricostruzioni.
Tanto meno ne fa cenno in Parlamento il sottosegretario al'Interno Francesco Nitto Palma vendendo al Parlamento e al Paese una verità monca, che però le tecnologie, le decine di foto e di testimonianze, smontano nel giro di poche ore. Anche le critiche contro la Polizia sono infondate. Il governo neppure questo ammette. Chi sostiene che le forze dell'ordine non sono state tempestive nell'intervenire, assenti e collaborazioniste quando gli estremisti di destra sono entrati in piazza con un camion pieno di spranghe, per il sottosegretario dice falsità. "D'altronde è usuale che durante le manifestazioni i mezzi raggiungano piazza Navona". Evidentemente anche se carichi di armi. "L'operato delle forze dell'ordine è stato equilibrato e prudente, teso a tutelare la libertà di espressione, la sicurezza e l'incolumità pubblica". Se gli agenti erano assenti da piazza Navona, spiega il sottosegretario di Forza Italia, è perchè volevano evitare tensioni dopo gli slogan dei manifestanti scanditi contro le forze dell'ordine.
Ma a piazza Navona c'è stato un camion pieno di picconi che è stato lasciato entrare. Questa è la realtà. Le testimonianze, i video, le foto parlano chiaro: smontano la versione ufficiale del Viminale. Ci dicono che il governo ci sta vendendo una verità vergognosa, a costo di difendere persino la violenza criminale dello squadrismo neo-fascista. Una verità che è quasi una menzogna.
Matteo Anastasi
Alessandra Vitali
Andrea di Nicola
Curzio Maltese October 26 Racconto Iperrealista (ovvero "Mi caco addosso da Veltroni" o "Veltroni mi fa cacare?")
"Cronaca di incontinenza alla manifestazione del Partito Democratico" una storia vera
25 ottobre 2008. Roma, Circo Massimo. Manifestazione del Partito Democratico.
Sono seduto sotto al palco, nel mezzo dell'interminabile discorso di Walter Veltroni, quando, tutto d'un tratto, vengo colto da un improvviso e feroce attacco di diarrea. Mi alzo in piedi in preda ai lancinanti dolori di stomaco. Dilaniato da atroci fitte all'addome, inizio a girolonzare tra la folla seminando peti asfissianti e poi allontanandomi subito per evitare una figuraccia, o, peggio, il linciaggio. Mi guardo intorno, mi muovo, gioco con il cellulare, mi sistemo i vestiti, per tenermi occupato, per distrarmi, con la vana speranza che quel subbuglio intestinale finisca al più presto. Ma più resto là ad ascoltare le parole del politico, più mi scappa. Inizio a stare davvero male.
Sudo freddo.
Ansimo.
Tremo.
Non odo più nulla. Le parole del Segretario del Partito Democratico si fanno sempre più confuse, incomprensibili. Tutto davanti a me diventa sfocato: milioni di persone, migliaglia di bandiere, centinaia di striscioni... tutto si scuote, si annebbia, si offusca. Tutti i miei sensi partecipano sentitamente alla muta tragedia che si sta consumando all'interno del mio corpo. "Resisti, Matteo. Resisti!", continuo a ripetermi tra me e me, digrignando i denti e sopportando in silenzio questa tortura. "Non ce la faccio. Mi sto veramente cacando addosso. Non ce la faccio", accetto disperatamente la terrificante verità. "Devo tornare a casa", mi dirigo verso la macchina. Ad ogni passo avanti sento le feci che si fluidificano e precipitano verso il basso, pronte a sgorgare dal mio pertugio anale, a inondare le mie mutande, a scorrere lungo le mie gambe, a incrostarsi sulla mia peluria. Stringo l'ano con tutta la potenza che ho in corpo, contraendo il volto in un'espressione di sofferenza disumana. Continuo a camminare, facendomi strada la centinaia di migliaglia di persone intorno al palco e pregando Dio di non essere mai nato. Sono ormai vicino alla macchina quando mi si para innanzi una moderna costruzione prefabbricata di plastica, di colore azzuro, del tutto simile, nella forma e nelle dimensioni, a una cabina telefonica. E' un bagno pubblico, uno di quelli trasportaibili. "Sono salvo" penso con immensa soddisfazione. Mi precipito verso la porta d'accesso. Dinnanzi a me ci sono 3 persone in fila. Attendo che tutti finiscano. L'attesa più traumatizzante e insopportabile della mia intera esistenza. Minuti che sembrano ere geologiche. Ogni secondo che passa sento colare e accumularsi melma lungo il condotto anale. Mi convinco di non potercela fare.
Credo di morire.
"E' finita, ormai. Sono destinato a cacarmi addosso. Questa è la triste realtà. Sto per cacarmi nei pantaloni". Sto per metteri a piangere, mentre lentamente inizio a rilasciare i muscoli dell'ano, permettendo così, nel giro di pochi istanti, l'inesorabile fuoriscita del liquame escrmentizio. Ma mi blocco all'istante. L'ultima persona in fila davanti a me, esce dal bagno dopo aver espletato le sue funzioni. Uscendo, mi guarda. Ricambio lo sguardo e gli sorrido. Un sorriso che maschera tutta la sofferenza, tutto il dolore, tutta la devastazione del mondo.
Entro.
Chiudo la porta dietro di me. Mi calo i pantaloni e le mutande sino alle caviglie. Mi tengo sospeso sopra la tazza del cesso per non poggiare le terga sulla plastica sudicia. Tengo le braccia divaricate, facendo leva con i polpastrelli delle dita lungo le pareti laterali del bagno. Mi si gonfiano le vene. Mi trema il volto, ormai paonazzo. Ma mi sono trattenuto per troppo tempo. La pressione è troppo forte. La diarrea esplode fuori dall'ano e viene schizzata violentemente per tutto il bagno, tra rumori rivoltanti che paiono grida e rantoli di un animale morente. Sospiro, finalmente libero. Mi alzo in piedi. Mi volto a contemplare la scena.
Gocce di melma marronastra sono sparse ovunque.
Rivoli liquidi di poltiglia liqueforme scorrono lungo la tazza.
Le mie terga pelose sono bagnate, sporche, incrostate.
"E ora come faccio?" mi chiedo orripilato. Scorgo davanti a me il secchio dell'immondizia. Dentro c'è una bottiglietta di acqua "Claudia" semivuota. L'afferro. La apro. La svuoto sopra il mio deretano. Sempre nel cestino trovo una copia de "L'Europa", il quotidiano del Partito Democratico. Strappo la prima pagina sulla quale si staglia una foto enorme del primo piano di Veltroni. Prendo il suo faccione cartaceo e lo struscio sul mio ano, raschiando via tutta la cacca rimastami addosso. Poi getto nella tazza il pezzo di giornale con la foto del segratario, ora decisamente più colorito e abbronzato, e me ne vado, felice.
Matteo Anastasi June 05 "3° Memoriale Edoardo Carta" - Resoconto Dante Alighieri
2 partite giocate.
23 goal subiti.
0 goal segnati.
Fuori dal torneo al primo turno di eliminazione.
E così si conclude la breve ma intensa esperienza di vita del Dante Alighieri... Che cuore! Che eroi!
27/06/08: Dante Alighieri premiato con il tapiro d'oro: "per zero goal, con simpatia" dall'associazione "Edoardo Con Noi". May 27 Matteo Anastasi a Gomorra
27/05/2008: Oggi ho visto l'Inferno.
Scampìa. Italia. Due ore da Roma.
Scampìa è un quartiere di Napoli di circa 80.000 abitanti di recente costruzione situato nell'estrema periferia nord della città; il suo nome è diventato tristemente famoso per essere il quartiere più degradato, criminale e problematico della città.
Scampìa è stata teatro della "Faida di Scampìa", una sanguinosa guerra di Camorra che in 4 mesi ha provocato oltre 70 morti tra l'ottobre del 2004 e il febbraio del 2005.
Scampìa è la piazza di spaccio di droga più grande d'Europa.
Edoardo Rosi, frere Matteo ed io entriamo a Scampìa in macchina alle 10.00 di mattina. Le strade sono enormi e desolate, sommerse da rifiuti di ogni genere, sovrastate da imponenti e fatiscenti complessi di appartamenti in cemento armato e amianto. Parcheggiamo in via Ghisleri. Sul marcipiade ci sono siringhe e proiettili di pistola. Ci accolgono i freres della comunità lasalliana di Scampìa. Entriamo nella loro "Casa Arcobaleno", una ludoteca nella quale i ragazzi del quartiere sono sottratti alla criminalità organizzata e al traffico di droga. E' un punto di ritrovo in cui possono giocare tra loro e studiare, seguiti dai freres.
Accanto alla "Casa Arcobaleno" c'è una costruzione bassa, diroccata, un magazzino abbandonato. Rampe di scale scendono sotto terra. Una macchina con il vetro anteriore completamente sfasciato, crivellato di colpi, si ferma nel parcheggio antistante. Due ragazzi scendono dalla macchina ed entrano nell'edificio percorrendo le rampe di scale. Apprendo dai freres che le scale conducono a una stanza sotterranea, buia, un punto di ritrovo in cui gli eroinomani si bucano. Qualche ora più tardi siamo a pranzo nell'appartamento dei frati, a poca distanza dalla "stanza del buco", quando sentiamo una sirena. Degli uomini della crocerossa trascinano fuori dal magazzino abbandonato il cadavere di un uomo morto per overdose e lo portano via in ambulanza.
A Scampìa c'è la media di un morto al giorno per droga.
Ci vengono raccontate storie agghiaccianti: sparatorie, morti ammazzati, palazzi presidiati da uomini armati e coperti da un passamontagna. "Il parroco di Scampìa è colluso con la camorra, offre protezione ai camorristi" ci dicono frere Martìn e frere Enrico. Mi alzo da tavola. Mi affaccio alla finestra. Il palazzo di fronte è una gigantesca unità d'abitazioni. I balconi sono pieni di "pali": uomini, donne, vecchi e bambini, che sorvegliano la zona, pronti ad avvisare gli spacciatori con fischi e schiamazzi nel caso passi una volante della polizia. Al piano terra ci sono gli spacciatori: gruppetti di ragazzi che stazionano ai piedi dell'edificio.
Dopo pranzo andiamo a conoscere i ragazzi di Scampìa nella "Casa Arcobaleno". Giochiamo con loro a ping pong e a biliardino. E' tempo di andare, devono prepararsi con i freres all'esame di terza media. Ringraziamo e salutiamo tutti. Usciamo dal palazzo, passando per la porta d'ingresso sorvegliata da un giovanotto con occhiali scuri che ci fissa mentre ci allontaniamo. Saliamo in macchina e partiamo. Uscendo da Scampìa passiamo davanti a un manifesto del film "Gomorra".
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Il Naufragio Di Un'Utopia
"Fucilerei il progettista delle Vele di Scampìa. Sono contro la pena di morte, ovviamente, ma mi verrebbe voglia di fucilarlo. Quelle costruzioni sono una vergogna. Due le abbiamo già abbattute, le altre tre le demoliremo al più presto per costruire un quartiere più umano". Così Rosa Russo Iervolino in un' intervista a Radiouno.
Può sembrare singolare che, mentre l'opinione pubblica esulta ogni qual volta viene demolita una Vela a Scampìa, la Soprintendenza per i Beni architettonici e la Facoltà di Architettura del Secondo Ateneo di Napoli dedichino un’ampia e articolata mostra all’opera dell'autore delle tanto denigrate macrostrutture. "Franz Di Salvo: le architetture della modernità e della sperimentazione" è l'emblematico titolo di tale esposizione, allestita nella Sala Dorica di Palazzo Reale.
Proprio questo apparente paradosso può aiutare a riflettere più serenamente su una vicenda complessa, evitando la rozzezza dei giudizi frettolosi, senza tuttavia sottrarsi all'imprescindibile valutazione critica del fallimento di quella "sperimentazione utopica". Se è vero infatti che la qualità tecnica ed estetica delle Vele di Scampìa è fuori discussione, resta altresì innegabile l'inabitabilità delle stesse per ragioni che vanno aldilà dell’architettura.
Per comprendere meglio le motivazioni culturali sottese alle colossali Vele, erette negli anni '60 nel paesaggio amorfo della periferia a nord di Napoli, bisogna comprendere il il tema progettuale della "casa per tutti" di Franz Di Salvo: una "nuova maniera di pensare" la residenza sociale e l'adesione ai valori della modernità. Il suo lavoro rappresentò uno dei più avanzati laboratori dell'innovazione architettonica. Sta di fatto che l’impegno sociale, coniugato all’estetica razionale del movimento moderno, produsse un’opera esemplare per rigore compositivo.
Le Vele di Scampìa (1962-75) restano, nonostante tutto, l’opera realizzata che meglio rappresenta la poetica architettonica di Franz Di Salvo. Ispirandosi ai principì delle "unitès d'habitations" di Le Corbusier, e più in generale ai modelli macrostrutturali, Di Salvo articolò l’impianto del complesso residenziale su due tipi edilizi: a «torre» e a «tenda». Quest’ultimo tipo, che imprime l’immagine predominante del complesso delle Vele, è contraddistinto (in sezione) dall’accostamento di due corpi di fabbrica inclinati a gradoni, separati da un grande vuoto centrale attraversato dai lunghi ballatoi sospesi ad un'altezza intermedia rispetto alle quote degli alloggi.
L'idea del progetto prevedeva grandi unità abitative dove centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi e creare una comunità, grandi vie di scorrimento, aree verdi tra le varie vele, centri sociali e aree da giuco: una vera e propria città modello, ma varie cause hanno portato a quello che oggi viene definito un ghetto, in primis il terremoto del 1980, che portò molte famiglie, rimaste senza tetto, ad occupare più o meno abusivamente gli alloggi delle vele: questo fece sì che a prevalere furono forme di illegalità, abusivismo e prevaricazione.
A questo intreccio di eventi negativi si è associata la mancanza totale della presenza dello Stato: il primo commissariato di Polizia fu insediato nel 1987, esattamente quindici anni dopo la consegna degli alloggi. Ecco che allora i giardini sono il luogo di raccolta degli spacciatori, i viali sono piste per corse clandestine, gli androni dei palazzi luogo di incontro di ladri e ricettatori, teatri di sanguinosi omicidi tra camorristi.
La mancata realizzazione di questo "nucleo di socializzazione" è stata certamente una concausa del fallimento. Non sottovalutabile resta tuttavia l'inadeguatezza tipologica intrinseca al modello macrostrutturale rispetto alle attese abitative dei destinatari (un rifiuto non meno radicale è stato più volte manifestato a Roma per il Corviale di Mario Fiorentino).
A Napoli, dopo l’abbattimento di tre Vele, tra il '97 e il 2003, restano ancora in piedi solo poche porzioni del complesso, simili a relitti scampati al naufragio di un'utopia.
articolo di Benedetto Gravagnuolo May 09 9 Maggio 1978
Mia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana. Ho tentato di tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio; credo di tornare a voi in un'altra forma. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo. A te debbo dire grazie, infinite grazie, per tutto l'amore che mi hai dato. Ricordati che sei stata la cosa più importante delle mia vita. Abbraccia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A tutti, la mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile; sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Ti abbraccio forte.
Tuo, Aldo
Caro Zaccagnini, mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne, all'intera Democrazia Cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito. Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla D.C. che si rivolge il Paese per le sue responsabilità. Se fallisse ora, sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha annullato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento. Ecco, nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concesso almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola per l’incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia. Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese. Ma se la pietà prevale, il Paese non è finito. Io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della D.C. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare, che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli. Non creda la D.C. di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa.
Aldo Moro
April 28 Roma Città Aperta... Fino ad oggi.
Un bel Saluto Romano alla Roma Città Aperta dei tempi andati. Ed ecco a voi l'Italia: il paese con una costituzione antifascista e una capitale neofascista.
![]() April 22 Corso di Cinema (Secondo Anno) - Ultimo Incontro
Sono felice di comunicarvi che giovedì 24 aprile 2008, alle ore 8.10, nell'aula multimediale del Liceo Dante Alighieri, avrà l'uogo l'ultimo incontro del Corso di Cinema di Matteo Anastasi e Francesca Mazzoleni. La lezione sarà dedicata al genio di Wes Anderson e verrà proiettato il capolavoro del regista: "Le Avventure Acquatiche Di Steve Zissou". Siete tutti invitati a condividere questa avventura delirante ed esilarante! Vi aspetto!
![]() April 15 Addio.
http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=19388
Sono passati 60 anni da quando un comunista, Umberto Terracini, firmava la Carta costituzionale della neonata repubblica. Sei decenni dopo, e per la prima volta da quando la dittatura fascista li aveva eliminati, nel Parlamento italiano non siederanno né comunisti, né socialisti, i partiti che hanno fatto quella Costituzione democratica, entro la quale noi ancora oggi votiamo. Neanche un deputato di Sinistra. Il poco più del 3% preso alla Camera da la Sinistra l'Arcobaleno di Bertinotti e lo 0,9% racimolato dal Partito Socialista di Boselli e gli eredi di Pietro Nenni non lasciano possibilità. A Montecitorio e Palazzo Madama nessuna targhetta adornerà le stanze dei gruppi parlamentari con i simboli del lavoro che hanno percorso tutto il '900.
Dalle politiche del 2006, dopo due anni di governo, i partiti che formavano la cosidetta "sinistra radicale" hanno perso il 9%. "Una sconfitta di proporzioni impreviste" ha commentato desolato e visibilmente commosso il leader Fausto Bertinotti. Una sconfitta che lascia senza rappresentanza parlamentare la "sinistra storica". La sinistra dei comitati, dei centri sociali, dell'antagonismo. Via i pacifisti che appena 5 anni fa riempivano le piazze e le strade, fermavano i treni che portavano armi all'Iraq, riempivano le finestre d'Italia di bandiere arcobaleno della pace. Niente rappresentanza per i vicentini che non vogliono la base Usa né per i valligiani che vogliono fermare la Tav che dovrebbe invadere le loro terre.
articolo di Andrea Di Nicola da La Repubblica
March 01 La Resistenza di Tricarico
"Sanremo (29 febbraio) - Due occhi blu spalancati e i capelli sparati, le risposte ponderate, talvolta non date, finite in silenzi lunghi e meditativi. Tricarico sembra una creatura appartenente ad un'altra dimensione, caduta sul palco dell’Ariston per sbaglio, smarrita e sbigottita dal clamore attorno, infastidita dalle luci, dalle battute da copione, piombato dentro uno schermo che a casa sua sceglie di non vedere (non ha la televisione). E' l'inaspettato, il sorprendente, la verità che irrompe sul palco delle artificiosità, della falsità. Debole e superiore, indifeso e quasi offensivo, si mostra per come è, senza strafottenza. Uno insomma che, se non gli va, non ci sta. Ha stonato eppure ha emozionato, incantato. «Provengo dalla musica classica dove la dissonanza non è un errore. Credo che la stonatura sia una forma espressiva, l’intonazione perfetta non la ritengo importante. Con questo non voglio giustificare la mia performance, anzi ambisco comunque a migliorare, solo che non sono legato alla perfezione. Preferisco l'imperfezione perché è pulsante e trasmette vitalità»."
articolo di Simona Orlando da Il Messagero
E' lui.
Questo ragazzone alto, trascurato, ipnotico.
Questa figura esile, allampanata, fragile.
Questo personaggio disturbato, straniante, stordito.
Questo cantante emozionato, stonato e straziante.
E' lui, Francesco Tricarico: l'emblema della resistenza contemporanea, un modello di opposizione sociale.
Vederlo, rassegnato e impassibile, scendere la scalinata del palco del Teatro Ariston di San Remo, come un alieno incredulo che precipita dal cielo.
Vederlo, atarassicamente assente e disinteressato, lontano miliardi di anni luce da quello che accade intorno a lui, sprofondare in un mutismo ostinato e disperato, un silenzio fatto di sguardi ora sprezzanti ora disperati, invocanti pietà.
Vederlo, impaurito e smarrito, visibilmente infastidito dalle lungaggini delle presentazioni e dei ridicoli siparietti, soffocato dalla invadente tracotanza antica di un pippobaudo e dalla finta irriverenza moderna di un pierochiambretti.
Vederlo resistere, con noncuranza e sprezzo del pericolo, al conformismo buonista e benpensante, alla volgarità e alla demenzialità urlata delle battute obbligate, delle risate assordanti, dei sorrisi di circostanza, delle strette di mano, delle pacche sulle spalle.
E poi guardarlo cantare, sentire la passione e il terrore che lo scuotono, l'emozione che gli fa a pezzi la voce, lo costringe a stonare così vistosamente, gli fa tremare le mani, gli paralizza le gambe. L'esecuzione di Tricarico è da mozzare il fiato. Sul palco di San Remo i sorrisi dei cantanti, la loro ordinaria presentabilità, le voci curate o sussurrate o urlate o banalmente straziate e comunque sempre standard sono il sicuro passaporto per l’anonimato artistico fuori dal palco del Festival. Tricarico è tutto il contrario: sbanda, trema, non sorride, non degna di uno sguardo né il pubblico né la telecamera e stona. Stona dall'inizio alla fine, ma lo fa con un'intensità, un'autenticità, una fragilità (e quindi una forza) che rende la stonatura straziante "poesia del disagio", pura irruzione dell'anima nella voce. Poi, finita la canzone, sbaglia anche l'uscita: a riprova del fatto che lui non era lì.
Tutto questo apre il cuore. Autorizza anche i più delusi e sconfortati a crogiolarsi per un attimo in un raggio di calore, di verità, di purezza.
Ho tremato quando Chiambretti e Baudo si avvicinavano a Tricarico. Avrei voluto gridargli: "lasciate stare Tricarico! Lasciatelo in pace! Fatelo cantare e basta!". Tricarico è di una sensibilità estrema, fragile oltre ogni immaginazione. E i due presentatori sono stati soffocanti, impietosi, di una insistenza martellante e crudele.
Eccolo là. Una creatura indifesa, vulnerabile, gettata in pasto a quel mostro divoratore insaziabile che è la televisione, precipitato in questo girone infernale, mondano, fastoso, così lontano dalla poesia scarna e immediata delle sue canzoni. Chiede un po' di decenza, di compassione. Un attimo di respiro, di tregua. Sembra che stia per mettersi a piangere. Il suo sorriso appena accennato maschera una esasperazione tacita e rassegnata. I suoi occhi paiono dire: "Vi prego, basta!". Uno sguardo così ingenuo, così candido, così sperduto da meritarsi l'applauso. Non si era mai visto all'Ariston un cantante così avulso dal contesto: un'introversione quasi commovente.
Quale altro antidoto si può immaginare di fronte ad una società così frenetica e asfissiante, dinanzi alla violenza dei media, dei sanremi, delle prime serate?
Tutto questo fa di Tricarico non solo la persona più viva, l'uomo più autentico e vero che sia comparso in televisione negli ultimi tempi, ma anche una forma di resistenza possibile alla brutalità del reale.
Matteo Anastasi
February 27 Accusato di Antifascismo
Là sopra il Sole è uno... Windows Live Space di eLLiNa
26 febbraio La Consulta degli idioti! di Eleonora Frasca
Via Ostiense 131. Sono qui perché è stata convocata la plenaria della consulta provinciale degli studenti di Roma ed io rappresento la mia scuola. Alcuni ragazzi “di sinistra” mi intimano di non entrare: stanno organizzando una manifestazione contro i presunti brogli elettorali della presidenza Moi e contro la strumentalizzazione della consulta per conto di partiti di stampo neofascista. Siamo in pochi e così aspettiamo un centinaio di studenti dal liceo Virgilio. C’è anche la polizia perché si temono scontri e di certo questa presenza “militare” non favorisce che il clima già teso si distenda. Dall’altra parte della strada ci sono loro, quelli “di destra”, quelli con i capelli corti corti, lo zuccotto ed i guanti di pelle nera nella tasca dei jeans. Una volta arrivati “gli altri” inizia a girare un volantino che, ripercorrendo gli avvenimenti della giornata dell’8 febbraio scorso, titola “Via i fascisti dalla consulta!”. Ci spostiamo poco più giù, sempre su via Ostiense. Alcuni poliziotti si schierano tra noi e loro un noi relativo perché io non vorrei dovermi schierare contro una delle due fazioni, annullando in questo modo lo spirito con cui è nata più di 10 anni fa la consulta, quello di unità. Così da una parte c’eravamo noi e dall’altra loro. Un megafono a sinistra, un megafono a destra. E via con gli insulti, e i cori, e il 25 aprile, e il braccio teso, e il pugno chiuso. Camerati! Comunisti! Fascisti! Antifascisti! Antidemocratici! Figli di papà! Antidemocratici! Bastardi! Violenti! Fomentatori! Mi chiedo seriamente cosa ci faccio qui, mi chiedo se quello che accade davanti a me stia succedendo davvero, oppure lo sto vedendo alle Teche Rai. Ben presto mi accorgo che si tratta della realtà, quella stessa realtà che fa da specchio all’attuale politica italiana. Sono arrivati giornalisti e telecamere. Gli esempi deleteri dei politici li stiamo prendendo alla lettera perché sembra che anche noi ci stiamo comportando come bambini, incapaci di mettere da parte i pregiudizi ideologici e politici (tra l’altro basati su luoghi comuni, disinformazione, spirito del gregge) per cercare davvero l’unità e il dialogo. Le divise blu ridono di noi, appoggiano i loro caschi per terra perché hanno capito che oggi non serviranno. Forse si ricordano delle mobilitazioni studentesche del ’68 e forse, oggi, abbiamo infangato per l’ennesima volta quei valori che riteniamo validi ancora adesso e che dimostriamo, invece, di aver dimenticato. Non ci saranno scontri, ma solo inutili e ridicoli insulti. In plenaria pare che non ci sia il numero legale per garantire il normale svolgimento dell’assemblea. Il “dibattito” improvvisato a suono di megafoni finisce molto presto. In ultimo quattro fumogeni rossi vengono accesi al centro della strada mentre il corteo, schierato dietro ad uno striscione che parla di “resistenza”, lentamente sfuma, preferendo spostarsi verso il centro sociale Acrobax. La consulta mi ha delusa un’altra volta. E se dessi le dimissioni?
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MATTEO ANASTASI 26 febbraio 19.19
Forse hai ragione: le modalità con le quali è stata portata avanti la protesta sono state ingenue, infantili, ma almeno quei ragazzi si sono fatti sentire. Ho visto servizi ai telegiornali oggi che parlavano dell'accaduto. Non sono assolutamente d’accordo con te. Non si tratta di pregiudizi ideologici, si tratta di ideologia, che è una cosa bene diversa, sacrosanta in una società consumista e frenetica, in cui non c'è più posto per gli ideali. Si tratta di salvaguardare la nostra democrazia e la nostra costituzione e farci portatori dei valori per i quali i nostri padri hanno combattuto nel '68. La protesta non era sbagliata, era un dovere. I fascisti non devono starci nella consulta. E' illegale. E' un crimine. La nostra costituzione lo vieta. Dovrebbero essere arrestati e multati. Se nella consulta ci sono esponenti dell'estrema destra neofascista, beh, allora non ci deve essere unità. E' giusto che i ragazzi di sinistra stringano i pugni, si uniscano contro i neri, i camerati. E' un dovere morale e costituzionale vietare l'ingresso dei fascisti nella consulta. I compagni sono eroi che hanno avuto il coraggio di rinnegare l'apoliticità, l'ignoranza e l'illegalità, di dire “no”, di dire “adesso basta”, di protestare. Nel ’68 ci sarebbe stata una protesta molto più vigorosa, anche violenta. Io dico: meno male che c'è ancora qualcuno che ricorrerebbe anche alle armi per difendere i valori della libertà e della democrazia contro l'odio e la violenza dei fascisti. Molti giovani dovrebbero prendere esempio da loro invece di restare sopiti e inebetiti nella loro indifferenza e ignavia. Forza compagni! Fuori i fasci dalla consulta!
goodadventure 26 febbraio 22.52
No no no... caro Matteo (se posso) ti spiego: i rappresentanti della Consulta sono stati eletti tutti democraticamente (se nel nostro Paese esiste davvero la democrazia) ossia gli studenti delle scuole della Provincia di Roma hanno scelto e votato all’interno delle liste presentate nelle varie scuole coloro che li rappresentassero adeguatamente (Correggimi se sbaglio!). Il Blocco Studentesco ha ricevuto 9647 voti. Il vicepresidente della Consulta, Evangelisti, è di Blocco. Il candidato di Ag sostenuto anche dal Blocco ha ricevuto (nella Consulta) 135 voti contro i 93 del candidato comunista Piantadosi (un nome un programma) ed è stato eletto Presidente di questo importante organo studentesco. Blocco Studentesco + Azione Giovani hanno raggiunto insieme la maggioranza assoluta nel numero dei consiglieri. Alla sinistra solo 5 su 14. Bisogna saper perdere. Forse La sinistra ha perso perché la volontà democratica degli studenti ha deciso che l’antifascismo militante non paga più, l’aria è cambiata, la ricreazione è finita dicono loro. Dunque per te è democratico cancellare le liste fasciste solo perché hanno vinto, solo perché sei invidioso, solo perché essere fascisti è antidemocratico mentre non rispettare il parere del Popolo è democratico? Il Popolo vota Blocco. Blocco vince. Tutto normale. E no! Perché i fascisti sono violenti, l’unico fascista buono è il fascista morto, giusto? E tu mi chiami questo democratico? A me fa schifo pensare una cosa del genere. Io rispetto l’avversario. Anche se vince. Ed è vergognoso pensare che è “illegale, un crimine, vietato dalla costituzione” che chi non la pensa come te (per fortuna) non possa esistere. Lo spirito democratico non è forse questo? Confronto. Non unilateralismo. Ma l’idea di democrazia della sinistra politicante purtroppo è distorta. E pure la tua. Ed è un dovere morale e costituzionale non negare l’ingresso nella consulta dei Fascisti, ma rispettare, ricordare, rendere giustizia a chi è morto solo per essere nato italiano, a chi è stato buttato in una fossa solo perché non era slavo o partigiano. Quindi attento a quali sono i doveri di un buon cittadino e soprattutto di un Uomo. E poi quell’ultima frase rimangiatela che è meglio. “Nel ’68 ci sarebbe stata una protesta molto più vigorosa, anche violenta”. Non infangare così la memoria di chi è morto con la testa spaccata a colpi di chiave inglese o per una sventagliata di mitra a 16, 18, 20 anni solo perché Nero, solo perché Fascista. Vergogna!!! Non ti ho mai conosciuto di persona. Sei quello del Cineforum. Sei il ragazzo di Julie. Ora so che sei una persona spregevole e ignorante…
daniele 27 febbraio 16.09
Ciao goodadventure, ho letto il tuo commento, vorrei spiegarti tante cose ma tanto non le capiresti, c'è un livello di demenza sopra il quale la discussione non è solo inutile, ma sconsigliata. Davanti a casi come il tuo la comunità tutta si dispera, ma il danno è irreparabile. Cosa si può fare allora per guarirvi, tollerarvi sarebbe pericoloso, oltre che un incentivo a nuove formazioni, quando vedo come state proliferando mi viene in mente la campagna, alzi un grosso sasso e sotto trovi una piccola società di insetti neri che sciamano disordinati, confusi dalla luce improvvisa, li vedi, quelli siete voi.
MATTEO ANASTASI 27 febbraio 17.09
Rispondo sistematicamente, punto per punto.
-"ragazzi impegnati politicamente seguono stoltamente vecchi ed inattuabili ideali politici"
-"gente che certi movimenti ideologici li leggerà un giorno solo sui libri di storia"
-"mettere da parte i pregiudizi ideologici e politici"
-"termini che ormai suonano anacronistici ed obsoleti"
Da queste citazioni risulta come per voi e per la maggioranza dei cittadini, l'ideologia sia un elemento vecchio, da dimenticare, da mettere da parte, da condannare. Beh, io vado decisamente contro tendenza: per me, l'idea, l'idealità, l'ideologia è fondamentale. Per citare Aldo Moro:
"il potere, svuotato di quella ragione, di quella finalità umana, di quella idealità, è solamente atroce"
Potrò sembrare anacronistico, obsoleto e inattuale, ma io non rinuncerò mai alla mia ideologia, perché significherebbe rinunciare alla mia idea sulla vita sociale. Nessuno dovrebbe mai rinunciare alla propria idealità, quella che voi chiamate pregiudizio ideologico. Per esprimere il proprio parere su un evento come quello della protesta antifascista alla consulta, secondo me, è necessario esprimere la propria ideologia. Un mondo senza ideologie sarebbe un mondo senza valori. La "rivincita dei silenziosi" significherebbe il trionfo dell'ignavia, del moderatismo, del compromesso, della passività. E il fatto che il neofascismo in questi ultimi anni si stia sviluppando e cresca vertiginosamente dimostra come certi ideali non siano tanto obsoleti.
Il fascismo è un crimine. Non lo dico io. Lo dice la costituzione. Lo dice la storia. E' un dovere morale impedire ai fascisti di rappresentare chiunque in un organo sociale, politico e istituzionale. E' scioccante come le frasi che ho detto suscitino tanto clamore e tanta indignazione. Significa che in questo clima di indifferenza, ignoranza, passività e piattume immemore della storia, l'antifascismo è diventato un crimine. Io sono accusato di essere antifascista. Beh, signori miei, se essere antifascisti è diventato un'esagerazione, un motivo di stupore... Significa che siamo pronti per un'altra dittatura. Dritti verso un nuovo totalitarismo! Le ideologie dei partigiani che hanno liberato il paese e dei nostri padri che hanno combattuto contro la reazione e l'oscurantismo fascista, reazionario, criminale e violento non vanno più di moda. Ormai dilaga il qualunquismo e l'ignavia. Ormai non suscita più sdegno lo slogan di Lotta Studentesca e del Blocco Studentesco: "mai più antifascismo".
Mi complimento tantissimo comunque con “LuciusRazorblink” e con Adriana, per l'oggettività, la limpidezza e l'onestà con cui hanno espresso le loro idee. Grazie. Discutere con voi è veramente costruttivo e edificante per me. Mi ha fatto moltissimo piacere.
Un commento a parte merita l'intervento di "goodadventure".
Vorrei complimentarmi con te per la tua straordinaria argomentazione, in particolare l'ultima frase:
-"ora so che sei una persona spregevole e ignorante…"
Mi hai convinto, veramente. Le tue idee sono di un tale vigore intellettuale (e le hai dimostrate con una tale oggettività) da non lasciarmi altro da fare che abbracciarle entusiasticamente. Poi ti ringrazio per aver contribuito in maniera esemplare a un dibattito veramente rispettoso, educato e garbato, senza offese e insulti.
Mi permetto infine di commentare il tuo intervento:
-"i rappresentanti della consulta sono stati eletti tutti democraticamente. Ossia gli studenti delle scuole della provincia di Roma hanno scelto e votato all’interno delle liste presentate nelle varie scuole coloro che li rappresentassero adeguatamente"
E' vero. Peccato soltanto che le liste che hanno votato la maggioranza degli studenti siano illegali, antidemocratiche, violente e anticostituzionali. Si definiscono "anti-antifascisti". Neanche il coraggio di ammettere pubblicamente che sono fascisti! Lo sappiamo dall'ampio utilizzo di simboli e slogan inneggianti alla dittatura fascista e di metodi di campagna elettorale non proprio esemplari (come per esempio massacrare di botte e spaccare il naso a rappresentanti del liceo tasso). Le organizzazioni neofasciste dovrebbero essere abolite, così stabilisce la legge, la nostra costituzione. Dunque, saranno stati eletti con metodi regolari, ma, ad essere illegali, sono proprio le liste che sono state elette! Eleggere l'illegalità legalmente...
-"il candidato comunista Piantadosi (un nome un programma)"
Ovviamente qua non potevi trattenerti dall'insultare e deridere una persona di idee diverse da te, soltanto per il nome poi! Non per il suo operato…
-"Blocco Studentesco + Azione Giovani hanno raggiunto insieme la maggioranza assoluta nel numero dei consiglieri. Alla sinistra solo 5 su 14. Bisogna saper perdere"
Non si tratta di saper perdere. Se avessero vinto forze di destra, ma non fasciste, la vittoria sarebbe stata meritata, legale e assolutamente da accettare. Ma hanno vinto delle persone che non potrebbero neanche partecipare perché così sancisce la costituzione.
-"dunque per te è democratico cancellare le liste fasciste solo perché hanno vinto, solo perché sei invidioso"
No. Non hai capito. Non sono assolutamente invidioso. Ti rispondo. Per me e' democratico cancellare le liste fasciste perché è illegale che esse esistano. Sarò ripetitivo, ma non hai capito.
-"il Popolo vota Blocco. Blocco vince. Tutto normale. E no! Perché i fascisti sono violenti, l’unico fascista buono è il fascista morto, giusto?"
No. Non è così. Il popolo vota blocco. Blocco vince. Sarebbe tutto normale se la lista vincitrice del blocco fosse legale. Ma non può neanche esistere!
-"è vergognoso pensare che è illegale, un crimine, vietato dalla costituzione che chi non la pensa come te (per fortuna) non possa esistere"
No. Mi dispiace deluderti sempre. Ma per me è "illegale, un crimine, vietato dalla costituzione" che possa vincere chi non dovrebbe neanche esistere. E parlo solo dei fascisti. Perché in democrazia possono esistere tutti. Tranne le forze antidemocratiche, come i fascisti, che minano la stabilità e l'esistenza stessa delle istituzioni democratiche. In democrazia possono esistere tutti. Per i fascisti invece, possono esistere solo loro. E' stato il fascismo in Italia a chiudere i sindacati, le sedi dei giornali, le associazioni libere e democratiche, sciogliere i partiti politici, reprimere ogni forma di dissenso e sterminare gli oppositori (cioè quelli che la pensano diversamente... Matteotti ti dice qualcosa?). Quindi tu hai stravolto completamente la verità: è per i fascisti che non possono esistere gli altri. Scusami se penso che l'illegalità debba essere perseguita. Io dico soltanto che non può convivere e coesistere con le altre forze, in una democrazia, una forza che sia antidemocratica e illegale.
-"è un dovere morale e costituzionale non negare l’ingresso nella consulta dei fascisti"
Sono sconvolto. Con questa frase hai stracciato la costituzione italiana e hai sputato su 60 anni di storia italiana, di antifascismo, democrazia e libertà. Per te è un dovere che delle forze illegali, antidemocratiche, razziste, violente e criminali entrino in un organo istituzionale della nostra democrazia. Non ha senso per me commentare questa frase.
-"rispettare, ricordare, rendere giustizia a chi è morto solo per essere nato italiano, a chi è stato buttato in una fossa solo perché non era slavo o partigiano"
Non vedo cosa c'entri con la mia idea di cacciare i fascisti dalla consulta e di sciogliere le loro organizzazioni. Ma d'altronde non potevi di certo risparmiarci la solita frase nazionalista, retorica e appellarti alla foibe quando non hai altro da dire. Anche se non c'entra niente col discorso che stavano facendo tutti gli altri, compreso me.
-"ora so che sei una persona spregevole e ignorante..."
Ed ecco la conclusione del tuo discorso democratico e rispettoso. Giustamente non potevi esprimere una tua idea, giusto? Certo che no! Dovevi insultarmi! Ti assicuro che così il tuo commento è ancora più persuasivo e garbato.
Hai dimostrato che l'unico modo che hai per dibattere e per argomentare è con la violenza, la volgarità e gli insulti.
goodadventure
27 febbraio 23.08
Almeno su una cosa siamo d’accordo! Hai detto una cosa sensata! La “rivincita dei silenziosi” significherebbe il trionfo dell'ignavia, del moderatismo, del compromesso, della passività. Bravo! Punto. Ecco dopo non ci capiamo più. Però prima vorrei sapere chi è questa mente superiore, chi è questo Daniele lungisaettante, questo ottavo savio che non si abbassa al mio umile cospetto… non commento neanche quello che hai scritto... Non mi sento all’altezza. Matteo torniamo a noi: non risponderò punto per punto a quello che hai scritto, non ho intenzione di scrivere colonne intere, ma ti invito a consultare questo sito: http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm. Io l’ho fatto e non ho trovato la parola fascismo e derivati. Ho trovato però articoli molto interessanti:
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.”
Si evincono una serie di notizie interessanti: tutti sono liberi di partecipare alla vita politica e di offrire il proprio apporto al progresso materiale o spirituale alla comunità secondo le proprie possibilità (che guarda caso è un articolo, il IV per la precisione) e che tutti hanno diritto di associarsi liberamente (=democraticamente) in partiti! Dunque quello di cui tu parli (il fascismo in politica) è un articolo del codice penale, il 270 bis per la precisione, che con la costituzione fa a cazzotti. Quindi attento alle parole che usi.
Non è dovere costituzionale impedire ad un libero cittadino, sebbene fascista, di partecipare alla vita politica!
Spendo infine due parole su alcune delle cose che hai detto… Quanto sei polemico! Ho fatto una battuta su piantadosi non te la prendere, scherzo! Infine sulle foibe come facevi a trattenerti! Mi sarei meravigliato del contrario! Allora i martiri delle foibe non sono morti fascisti, sono morti italiani solo che il PCI li ha tenuto nascosti per 50 anni e i suoi successori stentano a riconoscerli ancora oggi, invece i fascisti, violenti aggressivi razzisti e criminali, hanno solo avuto rispetto per questi uomini morti solo per essere italiani, come me, come te e come i loro governanti che li hanno lasciati a marcire in una fossa! Ma il mio commento termina qui. E’ stato più lungo del previsto comunque.
MATTEO ANASTASI 27 febbraio 23.57
"Apologia del fascismo: reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione” che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista). La "riorganizzazione del disciolto partito fascista" si intende (ai sensi dell'art. 1 della citata legge) riconosciuta "quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.
La legge prevede per il delitto di apologia sanzioni detentive, più severe se il fatto riguarda idee o metodi razzisti o se è commesso con il mezzo della stampa, ed accompagnate dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici."
-“non ho trovato la parola fascismo e derivati". Ma davvero? Avrai saltato qualche pagina o ti sarai distratto perché quella che ho citato io è proprio la Costituzione italiana.
-"Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Tutti sono liberi di partecipare alla vita politica". Tutti. Tutti, tranne i fascisti!
-"Non è dovere costituzionale impedire ad un libero cittadino, sebbene fascista, di partecipare alla vita politica!" Questo lo dici tu. Ma la Costituzione dice il contrario. Quindi ecco spiegato perché dicevi che "è un dovere morale e costituzionale non negare l’ingresso nella consulta dei fascisti"! Perché sei un ignorante. Neanche sapevi che le associazioni fasciste sono illegali!
28 febbraio 18.11
Mi intrometto così... principalmente mosso dall'indignazione per ciò che è stato scritto da Anastasi. La polemica che ha aperto si basa su un articolo della costituzione vecchio di cinquantasei anni (riflettici...).
Vorrei poi che si riflettesse su un dato di fatto: ogni provvedimento preso nel dopoguerra contro la formazione di gruppi neofascisti, deriva dalla paura di un eventuale ripetersi di disordini o moti che avrebbero potuto addirittura sfociare in una nuova presa di potere da parte della destra fascista. A distanza di oltre sessant'anni dalla fine della dittatura, mi sembra assurdo parlare ancora di “apologia del fascismo”, difendendosi dietro un vecchio articolo per giustificare una patetica “caccia alle streghe” che oltre ad essere fuori luogo, è anche un misero tentativo malcelato di chiudere la bocca ad una fazione politica che ha avuto democraticamente la maggioranza in consulta. Se Anastasi o chi come lui non si trova in disaccordo con questa frase, spieghi a noi poveri sciocchi, perché per l'ennesima volta, anche quest'anno, la politica italiana e i media hanno dato spazio solo all'ampio “mea culpa” della memoria, per precipitare nuovamente nel dimenticatoio, il martirio e l'esilio della popolazione giuliano dalmata.
“Io dico: meno male che c'e' ancora qualcuno che ricorrerebbe anche alle armi per difendere i valori della libertà e della democrazia contro l'odio e la violenza dei fascisti. Molti giovani dovrebbero prendere esempio da loro invece di restare sopiti e inebetiti nella loro indifferenza e ignavia. Forza compagni! Fuori i fasci dalla consulta!”
Su questa frase non ho nulla da dire. Arrossisco al solo pensiero di dover leggere frasi così retrograde, insulse... inutili: a metà tra un discorso del Che e un volantino brigatista.
“Metodi di campagna elettorale non proprio esemplari (come per esempio massacrare di botte e spaccare il naso a rappresentanti del liceo tasso, che io conosco)”.
Matteo, nulla di personale contro di te, ma io conosco sia gente del tasso, sia gente che “massacra di botte i rappresentanti del liceo tasso”, e ti assicuro che quelli del blocco sono sempre in pochi e distribuiscono volantini in modo molto tranquillo, finché i supereroi “antifascisti”, in netta superiorità numerica, non decidono di menar le mani. Io stesso reagirei in modo poco pacifico a questi “attaccabrighe”...e non sono del blocco
MATTEO ANASTASI
28 febbraio 20.53
Dopo una frase come: "un articolo della Costituzione vecchio di cinquantasei anni (riflettici...)" decido di abbandonare definitivamente questa discussone. Ha ragione Daniele: "vorrei spiegarti tante cose ma tanto non le capiresti, c'è un livello di demenza sopra il quale la discussione non è solo inutile, ma sconsigliata", aggiungerei dannosa. Non ho intenzione di discutere con una persona come "goodadventure" che ignora che il fascismo sia vietato dalla Costituzione, nè tantomeno con gente come "sniperious" che pensa che la nostra Costituzione, essendo "vecchia" di cinquantasei anni, sia da buttare nel cesso.
"La sovranità appartiene al popolo", "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo", "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali", "l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali", "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"... Anche questi articoli sono vecchi di cinquantasei anni. Allora, caro "sniperious", che facciamo? Siccome la Costituzione con i suoi diritti inviolabili dell'uomo sono un po' vecchiotti, li cancelliamo?
Hai dimostrato di essere, oltre che un fascista, anche un ignorante e, ancora peggio, un qualunquista.
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