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23 luglio

"Pete, You Outlasted The Bastards!"

Mentre Pete ed io viaggiavamo verso Washington per la cerimonia di insediamento del Presidente Obama, mi ha raccontato l'intera storia di "We Shall Overcome", di come, da un gospel nero, si sia trasformata in una canzone del movimento operaio e poi, grazie all'estro di Pete, sia stata adottata dal movimento per i diritti civili.
E quel giorno, mentre cantavamo "This Land Is Your Land" ho guardato Pete. Il primo presidente nero degli Stati Uniti era seduto alla sua destra. Ho pensato al viaggio incredibile che aveva fatto Pete. Sapete, la mia stessa esperienza, l'essere cresciuto negli anni '60 in una città segnata dalle rivolte razziali, rendeva quel momento qualcosa di difficile da credere. E Pete aveva alle spalle trenta anni più di me di lotte e di vero attivismo.
Era così felice quel giorno. Era un po' come dirgli "Pete, sei vissuto più di quei bastardi. Li hai seppelliti." È stato così bello. Così bello.

Alle prove il giorno prima, faceva un freddo cane. Erano 10 gradi sottozero. E Pete stava là con addosso la sua camicia di flanella. Gli ho detto: "Ehi, faresti bene a metterti addosso qualcosa oltre alla camicia!", e mi fa "Sì sì, ho la calzamaglia e la maglietta sotto questa roba".
Poi gli ho chiesto: "Come vuoi affrontare 'This Land Is Your Land'?", visto che sarebbe stata alla fine dello spettacolo. E tutto quello che ha detto è stato: "Beh, so che voglio cantare tutte le strofe, tutte quelle che scrisse Woody, soprattutto le due che furono tolte, quelle sulla proprietà privata e sull'ufficio dei sussidi".
E ho pensato, certo, è normale. Questo è quello che Pete ha fatto per tutta la vita: canta sempre tutte le strofe. Ogni volta. Soprattutto quelle che ci piacerebbe lasciare da parte, quegli episodi della storia del nostro popolo che ci farebbe comodo ignorare.

Ad un certo punto, Pete Seeger ha deciso che sarebbe stato una memoria vivente e cantante di tutta la storia americana. Sarebbe stato l'archivio vivente della musica e della coscienza americana, una dimostrazione del potere della canzone e della cultura di guidare la storia, di spingere gli eventi americani verso fini più umani e giusti. Ha deciso che avrebbe avuto il coraggio e l'audacia di essere la voce della gente.
Ora nonostante l'aspetto da nonno benevolo di Pete, sapete, lui è una creatura di un ottimismo testardo, ribelle e cattivo. Porta dentro di sé una durezza d'acciaio che smentisce questa facciata da nonno buono, e che non lo fa indietreggiare di un passo dai principi in cui crede.
A novant'anni, rimane un pugnale piantato nel cuore delle illusioni che il nostro paese ha di sé stesso.

Pete Seeger canta ancora tutte le strofe. Ogni volta. E ci ricorda i nostri immensi fallimenti, oltre a puntare una luce verso i nostri migliori angeli all'orizzonte, dove il paese che abbiamo immaginato e tenuto caro, speriamo, ci aspetta. E oltre tutto non fa pesare questo suo ruolo per niente. Questo ruolo è diventato per lui qualcosa di naturale e disinvolto. E' una persona divertente e molto eccentrica.

La canzone che Tom Morello ed io stiamo per cantare l'ho scritta a metà degli anni '90 ed è nata come una sorta di conversazione con me stesso. E' stato un modo di ritrovare le mie radici.
E l'ultima strofa della canzone è il bellissimo discorso che Tom Joad sussurra alla madre alla fine di "Furore" di John Steinbeck. Dice:

"Ovunque un poliziotto picchia una persona
Ovunque un bambino nasce gridando per la fame
Ovunque c'è una lotta contro il sangue e l'odio nell'aria
Cercami, mamma
Io sarò là"

Ebbene, Pete è sempre stato là. Sempre.

Per me, quel discorso è sempre stato un'inspirazione. Per Pete, è semplicemente uno stile di vita.
Il cantante nella mia canzone è alla ricerca del fantasma di Tom Joad. Lo spirito che ha il fegato e la resistenza di andare avanti, di vivere e combattere per i suoi ideali.
Sono felice di portare quello spirito, il fantasma di Tom Joad è con noi in carne ed ossa stasera. Sarà su questo palco per un momento. Assomiglierà terribilmente a vostro nonno, che indossa camice di flanella e buffi berretti. Assomiglierà a vostro nonno, se vostro nonno può ancora prendervi a calci nel culo.

Questa è per Pete...

-Bruce Springsteen
Pete Seeger's 90th Birthday Celebration Concert
Madison Square Garden, New York City
May 3rd, 2009

P.S. Io c'ero.

     

14 maggio

La Resistenza 2009

Zio Marco entra in un bar.

Ordina un caffè. Lo beve. Poi si gira. Vede tre ripiani di scaffalli tappezzati di sciarpe e bandiere coperte di svastiche e croci celtiche. Vede un busto bronzeo del duce. Poi un altro. E un altro ancora. Tanti. Tutti intorno. Di ogni dimensione e fattura.

Poggia il caffè sul ripiano marmoreo del bancone.

Va verso la parete.

Uno ad uno ruota con perizia tutti i busti di Benito Mussolini. Uno dopo l'altro. Il volto rivolto verso il muro. La nuca glabra verso l'esterno.

La cameriera lo guarda. Attonita.

Come se niente fosse, si incammina verso l'uscita.

Sullo stipite della porta vede un calendario sulla cui copertina è raffigurato il duce che fa il saluto romano davanti alla folla.

Lo stacca dal chiodo sul quale è affisso. Lo riaffige capovolto. La testa penzolante verso il basso.

Si gira verso il barista. Urla: "Ecco. A testa in giù. Viva Piazzale Loreto!"

Zio Marco esce dal bar.


07 febbraio

Ballad For A Friend

 

He was a friend of mine
He was a friend of mine
Every time I think about him
Lord, I just can't keep from cryin'
'Cause he was a friend of mine.

 

He never done no wrong
He never done no wrong
A thousand miles from home
And he never harmed no one
And he was a friend of mine.

 

He was a friend of mine
He was a friend of mine
Every time I hear his name
Lord I just can't keep from cryin'
'Cause he was a friend of mine.

05 febbraio

5 febbraio 2006

 

E chissà dove sarai, amico...

Ripensandoti, ti rivedo in me. La visione che avevi dell'amore, la tua ironia. Qualcosa un po' di te mi è rimasta dentro. E così, oggi, dalla mia memoria, scelgo il meglio della vita e del suo veloce vole, che finisce, come sempre accade, troppo presto.

E chissà dove sarai, amico.

27 gennaio

Ciao, Luigi, Ciao.

 

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto

con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

 

Fabrizio De Andrè, Preghiera In Gennaio (1967)

 

   

 

Vogliamo parlarvi ancora di Luigi Tenco, cantautore, che per un giorno si è conquistato con la morte tanta notorietà come non era mai riuscito da vivo con le sue canzoni. Diciamo per un giorno, perché la gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po' tutti responsabili dell'atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni?
La gente ha pianto la sua giovinezza, il mito del suicida che è caro al pubblico fin dai tempi dei cantastorie e del melodramma. E subito c'è stato chi ha detto: "Oggi i giovani si uccidono per una canzone! Sono dei deboli, ai miei tempi non si faceva così". Già, il suicidio è un atto di presunzione, un atto di viltà. E allora il suicidio, la sua tremenda soluzione finale, ha attirato su Luigi Tenco una condanna: quella che per lui doveva essere una specie di lezione morale non è stata che una conferma della sua fragilità.
Prendeva i tranquillanti, dicono: perché, domandiamo noi? Perché nei suoi occhi mentre cantava l'ultima canzone c'era la cupa angoscia che tutti abbiamo visto?
Si potrebbe rispondere che i giovani vanno dove noi li lasciamo andare indicando loro la strada con tanto di frecce, manifesti, cartelli. I giovani e in questo caso i cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e soprattutto oggi in quello dell'industria discografica che va forte, a giri di miliardi.
Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l'avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa.

Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio.

La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte. Il risultato del festival ha reso ancora più stridente il contrasto tra la reazione delle giurie e l'impegno che Luigi Tenco aveva sperato di richiamare con la violenza contro se stesso. Perciò pensiamo che pochi lo abbiano capito e per questo non vogliamo dimenticare il suicidio di Luigi Tenco che va al di là di ogni sdrucciolevole simbolismo beat.

articolo di Salvatore Quasimodo

da Il Tempo, 10 febbraio 1967

21 gennaio

"This Land Is Your Land"

Il discorso di Barack Obama termina con la formula “God Bless the United States of America”, Dio benedica gli Stati Uniti d’America, una sia pure rituale rivendicazione del rapporto speciale fra l’America e Dio. Ma il giorno prima, davanti alla statua di Abraham Lincoln, Pete Seeger e Bruce Springsteen hanno cantato e fatto cantare a un milione di persone “This Land Is Your Land”, la canzone che Woody Guthrie scrisse proprio per esprimere rabbia e dissenso verso i sentimenti patriottici della canzone “God Bless America” di Irving Berlin. E vale la pena di soffermarsi su questo momento, e sul suo dialogo con il discorso presidenziale del giorno dopo.

Spero abbiamo visto in molti il momento emozionante in cui il vecchio Pete, che dagli anni ’30 a oggi è stato la voce e l’ispirazione del folk revival democratico e militante, passava il testimone a un rocker come Bruce Springsteen: sta a lui, e alla sua musica, oggi parlare dell’America. Negli anni ’50, Pete Seeger era stato in lista nera per la sua militanze nel Partito Comunista Americano: che fosse uno dei perseguitati di allora a inaugurare oggi il nuovo ciclo alla Casa Bianca, per di più con una canzone scritta da un altro comunista, era commovente.

A sua volta, fin dall’inizio della sua carriera Bruce Springsteen ha avuto chiaro che il rock ha anche un passato, uno spessore di storia, di tradizione e di memoria. Con lui, il rock, tradizione apparentemente senza memoria, , musica giovane del presente, del futuro e del nuovo, musica che ha sempre orgogliosamente ostentato la sua presunta mancanza di passato, si accorge di averlo. Nessuno incarna meglio questa idea, che il rock abbia una storia e un passato, di Bruce Springsteen. Gran parte della sua musica è stata un richiamo ai principi fondatori del rock and roll. Pensiamo a quell’immagine di Thunder Road” (1975) nella quale il ricordo è associato a una voce del passato: Mary esce sul portico con l’abito bianco mosso dal vento, e sullo sfondo c’è “Roy Orbison singing for the lonely”, che canta per chi è solo, citazione di un disco di 15 anni prima, che per il rock sono ere geologiche; in più, il titolo veniva da un film (e da una canzone) di Robert Mitchum del 1958, ambientato fra i minatori di Harlan. Pensiamo a “No Surrender” (1984), dove la memoria del rock sentito da ragazzo (“abbiamo imparato più cose da tre minuti di disco che da tutta la scuola”) è la radice della ribellione capace di durare anche oltre i fatidici trent’anni. Se Roy Orbison cantava per i “lonely”, Bruce Springsteen canta per tutti i giovani ribelli che non hanno smesso di essere ribelli quando hanno smesso di essere giovani. E figuratevi quanto è vero questo per il novantenne Pete Seeger, sulla scalinata del Lincoln Memorial, a cantare settant’anni dopo una canzone che imparò quando aveva vent’anni.

“This Land Is Your Land”, questa terra è la tua terra, è diventata una specie di inno patriottico, insegnata ai bambini nelle scuole e sfigurata dalla pubblicità, un elogio della vastità e della bellezza di un’America ideale di foreste, campi di grano, cieli e strade aperte. Ma non è tutta qui. Ispirato dal New Deal e infuriato dal patriottismo nauseante di “God Bless America”, Woody Guthrie popola quest’America ideale con la presenza sofferta degli Stati Uniti reali, quelli della vita di tutti i giorni, della povertà, dell’emarginazione, della disperazione. Sono strofe dimenticate e censurate (fu Bruce Springsteen a cantarle in concerto nei primi anni ’80), strofe cancellate e rimosse, che evocavano la crisi degli anni ’30 e che raccontano la crisi di oggi: “nelle piazze delle mie città, sotto l’ombra di un campanile, ho visto la mia gente fare la fila per il sussidio all’ufficio di collocamento, e mentre loro stavano lì affamati, io mi chiedevo se questa terra fosse fatta per te e per me”. E che dichiaravano dove stava la causa: “c’era un gran muro che cercava di fermarmi, e sopra c’era una scritta dipinta che diceva ‘proprietà privata’, ma dall’altra parte non c’era scritto niente, quella parte è stata fatta per te e per me”.

Il 19 gennaio 2009, a Washington, Pete Seeger e Bruce Springsteen l’hanno cantata, e l’hanno fatta cantare, tutta intera, senza rinunciare alle strofe “sovversive”, a un milione di persone. Inaugurare il Presidente degli Stati Uniti D’America con una canzone contro la proprietà privata non è uno scherzo. E allora dire “questa terra è la mia terra” non significa solo adesione sentimentale: significa dire che uno può amare il proprio paese, e dire che deve cambiare (e l’aveva già detto, senza farsi capire allora, Bruce Springsteen con “Born in the USA”).

Ma il cambiamento di cui parlano Guthrie, Springsteen e Seeger va oltre le formule dei padri fondatori. Per chi è stata fatta questa terra? Che significa questa bandiera? Chi siamo, “you and me” e chi è il “we” dello “yes we can”? E questi U.S.A. dove siamo nati, questa America benedetta, che cosa è e che cosa vogliamo che sia? Tutta la storia della musica popolare, della canzone politica di protesta, e del rock’n’roll, ha posto queste domande al nuovo presidente. Che qualcosa ha detto: ha riconosciuto le difficoltà materiali di tanti americani, in cerca di sussidi come nella canzone di Woody; ha preso atto della necessità di dare una regolata al mercato, di ricostruire l’immagine internazionale degli Stati Uniti, di restituire un ruolo alle istituzioni pubbliche. Possono essere passi sulla lunga strada proclamata da Woody Guthrie, quella “freedom highway” dove viaggiano Pete Seeger e Bruce Springsteen. Se lo saranno, e quanto si andrà lontano, più che da Barack Obama dipenderà da “you and me”. 

Alessandro Portelli

Premessa:

A Song Made For You And Me

 

This Land Is Your Land nasce il 23 febbraio 1940, in una stanza dell’Hanover House, uno dei tanto alberghetti che popolano l’area intorno alla trafficata Times Square. E’ la canzone più famosa di Woody Guthrie ed una delle composizioni più eseguite al mondo, proposta tante volte come nuovo inno nazionale americano. La sua popolarità deriva dal significato sociale universale e dalle dichiarazioni onnicomprensive che esprime; la melodica è orecchiabile, così semplice da poter essere cantata da tutti.

Woody la scrisse come reazione, a metà strada tra ironia e rabbia, a God Bless America scritta da Irving Berlin nel 1918, sorta di inno patriottico consolatorio e rassicurante, che veniva trasmesso fino alla nausea dalle radio, nella versione del 1938 di Kate Smith. La musica è tratta dal gospel tradizionale When The World’s On Fire, già utilizzata dalla Carter Family per la canzone Little Darling, Pal Of Mine. This Land, che diventerà ben presto un classico della musica popolare americana e sarà persino insegnata nelle scuole elementari, rappresenta il manifesto poetico e programmatico di Guthrie.

Ogni strofa tocca temi che saranno poi sviluppati nelle sua canzoni nell’arco di una vita intera: le dust bowl, le tempeste di polvere che devastavano la terra dell’Oklahoma; la disoccupazione, lo sfruttamento dei più deboli, dei contadini, degli operai, della povera gente da parte dei potenti-prepotenti, la critica alla proprietà privata, la natura e il paesaggio incontaminati, la fiduciosa, ottimistica e un po’ ingenua speranza in un mondo migliore, un mondo di pace, di giustizia, di libertà. Il ritornello diventa l’esortazione, di ispirazione socialista, a condividere, tutti assieme, senza nessuna divisione o gerarchia, non solo quel senso di appartenenza a un grande paese, ma la consapevolezza di essere tutti quanti parte di un’unica grande anima.

 

This land is your land, this land is my land

From California to the New York Island

From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters

This land was made for you and me.

 

As I went walking that ribbon of highway

I saw above me that endless skyway

I saw below me that golden valley

This land was made for you and me.

 

I roamed and I rambled and I followed my footsteps

To the sparkling sands of her diamond deserts

While all around me a voice was sounding

Saying this land was made for you and me.

 

This land is your land, this land is my land

From California to the New York Island

From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters

This land was made for you and me.

 

There was a big high wall there that tried to stop me

Sign was painted, it said private property

But on the back side it didn't say nothing

That side was made for you and me.

 

When the sun came shining, and I was strolling

And the wheat fields waving and the dust clouds rolling

A voice was chanting, As the fog was lifting,

This land was made for you and me.

 

This land is your land, this land is my land

From California to the New York Island

From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters

This land was made for you and me.

 

In the squares of the city, in the shadow of a steeple

By the relief office, I'd seen my people

As they stood there hungry, I stood there asking

Is this land made for you and me?

 

Nobody living can ever stop me,

As I go walking that freedom highway

Nobody living can ever make me turn back

This land was made for you and me.

 

This land is your land, this land is my land

From California to the New York Island

From the Redwood Forest to the Gulf Stream waters

This land was made for you and me.

 

 

 

19 Gennaio 2009

 

Settanta anni dopo, quel vecchietto col cappello di lana colorato salì sul palco. Afferrò il suo banjo e cantò. Cantò This Land Is Your Land, quella vecchia canzone del suo vecchio amico Woody, che da tanto tempo se n’era andato.

 

Si commosse, mentre cantava, pensando alle parole che, più di quaranta anni prima, erano state urlate da quello stesso luogo:

 

Let freedom ring. And when this happens, when we allow freedom ring, when we let it ring from every village and every hamlet, from every state and every city, we will be able to speed up that day when all of God's children will be able to join hands and sing in the words of the old negro spiritual: Free at last! Free at last! Thank God Almighty, we are free at last!”

 

Si commosse pensando che il sogno del pastore di colore, al quale lui aveva l’emozione della musica, si era avverato per davvero.

 

Si commosse, infine, pensando al suo vecchio amico Woody che non c’era più, a quanto gli sarebbe piaciuto averlo accanto, a cantare ancora insieme quella sua canzone.

 

Allora alzò gli occhi al cielo e lo vide: il suo caro vecchio amico. Era proprio là, sopra di lui. Lo guardava dall’alto dei pascoli infiniti del paradiso. E gli sorrideva.

 

Quel vecchietto col berretto di lana cantava.

 

Lo stesso vecchietto che, tanti anni prima, quando era ancora un ragazzone alto e atletico, era stato bandito da tutte le stazioni radiofoniche, da tutte le reti televisive, condannato, cacciato e isolato, con l’accusa di essere anti-americano, quello stesso vecchietto ora è su quel palco, libero di parlare al mondo intero con la sua musica.

 

Alle sue spalle, l’imponente monumentalità marmorea del Lincoln Memorial. Davanti a sé, centinaia di migliaia di persone in festa che cantano con lui, insieme a lui.

 

Quel vecchietto col berretto di lana era felice.

 

Matteo Anastasi

 

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19/01/09

 
 
12 gennaio

Ricordo Di Uno Che Gli Piaceva Vivere Alla Grande

 

Il 12 gennaio di 20 anni fa, nel lontano 1989, ci lasciava il cantautore e poeta Franco Fanigliulo.

 

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"Un po' bohemienne e un po' lupo solitario, imprevedibile e amabilmente pazzo, irrazionale perchè intuitivo, genio incompreso, l'artista contadino, il poeta delle cose semplici ha sempre vissuto una realtà avulsa dagli stereotipi e dalla logica di mercato. E' proprio il caso di dire che la tradizionale figura del vero artista, impalpabile, inconfutabile e priva di una collocazione temporale definita, ha rivissuto con "Fanii" in una delle sue dimensioni più sincere e genuine."

 

Massimo Benedetti

 

-"Ma tu chi sei?"

 

-"Niente. Un irrequieto. Anzi, lo confesso: un intrallazzatore. Davanti all'ubriacatura di ottimismo e buonismo di San Remo canto la gioventù che ha perso la fantasia, la generazione che si sta autodistruggendo. Noi di questa generazione se entriamo nelle favole, non ci entriamo in mutande, ma armati. Non crediamo più a niente."

 

Franco Fanigliulo

 

10 gennaio

Dies Irae

 

9 Gennaio 2009

Roma, Italia

Sala Santa Cecilia, Auditorium -  Parco della Musica:

 

Matteo Anastasi rannicchiato, piccolo piccolo, dentro la sua poltroncina, attonito, inerme, e, davanti a lui, la Morte, immensa e frastornante, di una magistrale Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.

10 dicembre

Addio a Odetta: "The Voice Of Civil Rights Movement"

 

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Ci sarà un silenzio nel coro di alleluja che si alzerà il 20 gennaio dal tempio della democrazia americana, il Campidoglio, raccolto per celebrare Barack Hussein Obama. Mancherà proprio la voce di colei che per sessant'anni aveva cantato il vangelo doloroso dei diritti civili negati.

 

Odetta Holmes, la donna morta il 2 dicembre 2008 a 77 anni prima di poter salutare l'avvento del primo africano sul trono d' America, era infinitamente più di una cantante di folk music, ballads, spirituals, gospels e blues. Era stata la voce melodiosa del sogno e la colonna sonora della speranza.

 

Odetta, come era conosciuta senza cognome, perché così, con il nome soltanto, erano chiamati gli schiavi nelle piantagioni, si è spenta per cedimento del cuore, in un ospedale di Manhattan, lontanissima da quella 'bama, dall’Alabama schiavista e razzista dove era nata nel 1930, figlia non soltanto del proprio colore «sbagliato», ma di quella Grande Depressione che aveva devastato i mezzadri, i fittavoli e i braccianti neri delle campagne, come erano i suoi.

 

Nella storia della musica americana, che tanto spesso intreccia note e accordi, voci e chitarre con la vicenda politica e umana della nazione, Odetta era l' interprete di un "furore" fatto suono e uscito dal crogiolo di culture e di musicalità fuse a frustate nel sud del Paese, uscite dai campi di cotone, dalle chiesette battiste e dalle carceri di massima sicurezza. Da lei, come da una pianta massiccia quanto la sua figura inconfondibile di «big black mama» erano spuntati i rami di altri trovatori divenuti simboli del proprio tempo, Bob Dylan, Joan Baez, fino a Bruce Springsteen che la volle accanto alla Carnegie Hall, quando già cantare era per lei un rischio e una fatica immane, per interpretare un suo pezzo, con l' ultimo slancio di quella «rabbia e frustrazione» che, lei diceva, erano l'ispirazione della sua musica. Volle reintepretare un suo spiritual celebre, "House Of The RisinSun", quando l'inettitudine e l'ottusità di un altro "padrone" bianco, George W. Bush, lasciò che la New Orleans nera, quella dei quartiere poveri e bassi, venisse inghiottita dalle acque delluragano Katrina nel 2005.

 

In una lunga intervista autobiografica per uno speciale della tv pubblica americana, spiegò che avrebbe cercato di cantare fino a quando ci fosse stato al mondo ancora un uomo e una donna «costretti a strisciare con lo stivale di un altro sul collo, pronto a schiacciarlo». Aveva studiato musica, preso diplomi, era stata coperta di lauree ad honorem e di decorazioni anche dal presidente Clinton, ma anche da anziana non esitava a esibirsi in concerti rustici all' aperto, in improvvisazioni sotto tettoie di paglia, accanto ai campi della sua 'bama, perché «la mia è musica della liberazione, e la fatica della liberazione non finisce mai». Chi non l' ha mai sentita non sa che cosa sia il suono di una tragedia umana che lei ha visto almeno stemperarsi nel palliativo di un'elezione.

 

Il suo sogno era quello di poter cantare un'ultima volta le laudi del primo presidente afro-americano della storia, alla cerimonia inaugurale, con quella voce profonda che Duke Ellington definì come «uno strumento disumano capace di ogni tenerezza e di ogni collera». Come Maya Angelou, la poetessa sua coetanea e sorella di colore e di battaglie, che aveva letto il poema "Il Pulsare del Mattino" alla inauguratione di Bill Clinton, sedici anni or sono, anche lei aveva sperato di intonare le note del suo inno più commovente, quell'inno alla "Freedom", che fu il sound della marcia su Washington di Martin Luther King nel 1963 e del leggendario discorso del sogno che si chiuse appunto con la triplice invocazione del reverendo alla libertà, «liberi infine, liberi infine, dio onnipotente grazie, liberi infine».

 

«I have a dream», disse il pastore di colore, e Odetta diede a quel sogno l'emozione della musica.

 

articolo di Vittorio Zucconi

da La Repubblica

04 dicembre

Un fatto vero.

 

4 dicembre 2008

ore 11.15

 

-“Chi è?

 

-“Acea”.

 

Apro la porta.

 

-“Sono venuto a cambià il contatore”.

 

-“Prego”.

 

Smonta con il trapano elettrico il vecchio contatore analogico.

 

-“Era ora… possiamo mandarlo in congedo, che dice?

 

-“Come, scusi?

 

-“Il contatore. E vecchissimo. Era il momento de cambiallo”.

 

Rigira il contatore che tiene nella mano sinistra e guarda unetichetta fissata sul retro.

 

-“Millenovecentoottantotto. Questo è dell88. Ventanni, pari pari. Era ora debuttallo via”.

 

-“Certo”.

 

Un minuto di silenzio.

 

-“Ogni quanto li cambiate i contatori?

 

-“No, ma ora li cambiamo perché stamo a installà i nuovi contatori diggitali. Questi –indicando il vecchio contatore analogico nella mano sinistra- so superati”.

 

Fissa con il trapano elettrico il contatore elettronico nuovo di zecca.

 

-“Io ho finito. Arrivederci”.

 

E se ne va, portandosi via il contatore analogico ventenne, che da due decadi albergava dentro casa mia.

 

Il mio contatore, che è entrato in questa casa quando ci sono entrato anche io, che c'è sempre stato, ogni giorno, tutta la mia vita.

 

Lo stesso contatore che mi ha visto dondolare nella culla, gattonare per il salone, fare i primi passi in corridoio, perdere il primo dentino da latte, farmi la prima sega.

 

Lo stesso contatore che mi ha visto crescere e che è cresciuto insieme a me.

 

Non lo rivedrò mai più.

 

Allora mi chiedo: anche io, come il mio coetaneo, sono vecchio?

 

Anche io, come il contatore analogico, sono da buttare via?

31 ottobre

Una verità che è quasi una menzogna.

 

21 ottobre
 
Silvio Berlusconi: «Vorrei dare un avviso ai naviganti, molto semplice: non permetteremo che vengano occupate scuole ed università. Perchè l'occupazione di posti pubblici non è una dimostrazione, una applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia. E' una violenza. Una violenza nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni, nei confronti dello Stato. Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa succedere. Avete quattro anni e mezzo per metabolizzare queste cose. Fateci il callo. Io non retrocederò di un millimetro».
 
22 ottobre
 
Silvio Berlusconi: «Io ho detto: "siete liberissimi di manifestare e di protestare, ma non dovete imporre a chi non è della vostra idea di rinunciare al suo diritto a studiare e ad istruirsi". Quindi, non ho detto mai: "polizia nelle scuole". Non l'ho nemmeno pensato».
 
22 ottobre
 
Francesco Cossiga: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari, invece, lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».
 
29 ottobre
 
Piazza Navona, Roma
 
Alle 10.00 il Senato approva il decreto Gelmini. Fuori, centinaia di studenti, che diventano in poco tempo migliaia, gridano contro Palazzo Madama. A pochi metri, in Piazza Navona, nel frattempo si è piazzato un camioncino bianco di Blocco Studentesco, carico di mazze di ferro tricolori e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Sono fortemente connotati, questo non piace alla piazza. Diffondono le canzoni di Rino Gaetano, questo piace ancora meno perché quella non è roba loro e vogliono appropriarsene, metterci il cappello.
 
Anzi, i caschi da moto: è con quelli che cominciano a picchiare, una carica in piena regola, cinghiate e sprangate contro gruppi di quindicenni inermi che fino a quel momento avevano giocosamente, accompagnati dai loro professori, contestato il decreto Gelmini. La polizia, a due passi, non si muove.
 
Sono ormai le 11.00. In pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de' Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, gridano terrorizzati. Il fuggi fuggi è generale: qualcuno grida al telefonino "non venire, ci stanno caricando", a un ragazzino gli rompono la testa e se lo porta via l'ambulanza, un'altra è piccola piccola, si chiama Alexandra, una sua amica la abbraccia, piange, si tiene la testa fra le mani, l'hanno picchiata con un casco, prova a raccontarlo, poi piange ancora più forte.
 
I poliziotti ora hanno caschi, scudi e manganelli. Sono pronti ma non intervengono. I fascisti sfondano la folla, circondano un ragazzino di tredici anni e lo massacrano a bastonate. Sono una sessantina, hanno teste rasate, bomber, catene, caschi, passamontagna, lunghi e grossi manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, serrano i ranghi, caricano a ondate.
 
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario di Stato. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". a professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da trentadue anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Una studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi si crede di essere, Berlusconi?". "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra" esclama un'altra studentessa. La professoressa è tremendamente angosciata: "Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo".
 
E' quasi mezzogiorno. Dal Senato sta uscendo Francesco Cossiga. "Ora è contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Nel frattempo una ventina di fascisti rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce tranquillamente dal lato di piazza Navona, attraversa, spranghe alla mano, il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli, ma vengo fermato da un poliziotto: "E lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto sia quello il motivo del mio fermo. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti, armati fino ai denti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".
 
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Volano i tavoli del "bar gelateria Navona", volano le sedie, le stufe, le bottiglie, i bicchieri e i piatti. Un'edicola ci rimette un paio di vetrine. Qualcuno prende un grosso Pinocchio di legno dal negozio di giocattoli "Al Sogno" e lo usa come mazza. La piazza è un campo di battaglia.
 
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di inferno, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Una quindicina di neofascisti vengono atterrati e accerchiati. Il loro leader urla: "Sono i miei ragazzi!". Un poliziotto gli fa cenno di andarsene, poi gli grida premurosamente: "Levati Francesco, vai via". I due si conoscono. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, sono completamente disarmati. Il primo studente viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
 
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani sporche di sangue, tavoli e sedie sfasciate e il grande Pinocchio di legno senza più una gamba. Uno studente cerca il fratello più piccolo: "Da stasera i telegiornali parleranno soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino, che sono dei violenti, sovversivi. È il metodo Cossiga. Ci stanno distruggendo".
 
Riassumendo:
 
A piazza Navona è stato lasciato entrare un camion pieno di armi da guerriglia, sprange di ferro, mazze, bastoni e manganelli, nonostante la zona fosse circondata da un cordone di agenti delle Forze dell'Ordine.

L'aggressione è partita daI fascisti di Blocco Studentesco che, in perfetto stile squadrista, si sono fatti largo al centro della piazza a suon di sprange e cinghiate, massacrando ragazzini inermi.

Soltanto dopo sono intervenuti gli studenti universitari di sinistra ei centri sociali, per difendere i compagni più piccoli, una difesa che la polizia non aveva saputo offrire.

La polizia ha fatto finta di non vedere e non si è mossa mentre gli squadristi pestavano di botte quindicenni indifesi e terrorizzati.

La polizia conosceva alcuni membri del Blocco Studentesco.
 
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Gli squadristi del Blocco Studentesco si fanno strada al centro della piazza, colpendo a sprangate e cinghiate gli studenti indifesi, che scappano terrorizzati.

 

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Un ragazzino che perde sangue dalla testa viene soccorso da una professoressa.

 

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Uno studente colpito alla testa è a terra svenuto.

 

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I fascisti esultano per la conquista del centro della piazza.

 

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I fascisti, armati di spranghe di ferro, mazze tricolori e bastoni, in assetto da guerra, si preparano allo scontro con gli universitari di sinistra e i centri sociali.

 

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I fascisti in prima linea.

 

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I fascisti alla carica.

 

30 ottobre

 
Per il governo, la colpa è degli studenti di sinistra. I video, le testimonianze, le teste sanguinanti non sono prove sufficienti: gli scontri di piazza Navona li hanno voluti i collettivi universitari e la sinistra estrema. Loro hanno picchiato con spranghe di ferro, mazze e bastoni e scaraventato i tavoli, le sedie in aria, la polizia è stata "equilibrata" e non c'era nessun infiltrato. Il camion degli studenti di destra è stato fatto entrare in piazza perchè "è usuale quando c'è una manifestazione". Quello che la polizia, e quindi il governo non raccontano è la carica dei fascisti su studenti inermi, spesso giovanissimi, ragazzini, che stavano in piazza Navona dalla prima mattina. Ben prima dell'arrivo degli squadristi di Blocco studentesco arrivati in piazza armati fino ai denti. Manca, nella ricostruzione del governo, la causa scatenante degli scontri e questo dà il via alla polemica fra le forze politiche.
 
Un assalto dei centri sociali contro i ragazzi pacifici di Blocco studentesco. La verità costruita dalla polizia e confezionata dal governo è bell'e pronta per andare in onda sui Tg e su tutte le televisioni. Tutto vero. Peccato che questa verità non dica cosa è successo in quella piazza prima dello scontro. Non dice che, prima dell'azione degli universitari, un camioncino pieno di squadristi picchiatori aveva aggredito a cinghiate e a sprangate gruppi di quindicenni indifesi. Dal famigerato pulmino bianco sono scesi studenti che a botte, pugni e calci si sono posizionati nel cuore dell'assembramento di ragazzini spargendo violenza e terrore allo scopo di connotare a destra la protesta studentesca. Solo a questo punto intervengono gli universitari chiamati dai più giovani per cercare una difesa che la polizia non ha saputo offrire. Dal corteo della Sapienza arriva un gruppo di quattrocento, a mani nude tanto che, per attaccare, usano i tavolini e le sedie dei bar che trovano in piazza. Per motivi oscuri le forze dell'ordine si accorgono solo di questa seconda fase, ma della prima, dell'attacco ai liceali da parte di Blocco studentesco, non si accorgono. I funzionari di polizia, che pure non erano distanti da dove avveniva il macello dei diritti, dicono di non essersene accorti e non ne fanno cenno nelle loro ricostruzioni.
 
Tanto meno ne fa cenno in Parlamento il sottosegretario al'Interno Francesco Nitto Palma vendendo al Parlamento e al Paese una verità monca, che però le tecnologie, le decine di foto e di testimonianze, smontano nel giro di poche ore. Anche le critiche contro la Polizia sono infondate. Il governo neppure questo ammette. Chi sostiene che le forze dell'ordine non sono state tempestive nell'intervenire, assenti e collaborazioniste quando gli estremisti di destra sono entrati in piazza con un camion pieno di spranghe, per il sottosegretario dice falsità. "D'altronde è usuale che durante le manifestazioni i mezzi raggiungano piazza Navona". Evidentemente anche se carichi di armi. "L'operato delle forze dell'ordine è stato equilibrato e prudente, teso a tutelare la libertà di espressione, la sicurezza e l'incolumità pubblica". Se gli agenti erano assenti da piazza Navona, spiega il sottosegretario di Forza Italia, è perchè volevano evitare tensioni dopo gli slogan dei manifestanti scanditi contro le forze dell'ordine.
 
Ma a piazza Navona c'è stato un camion pieno di picconi che è stato lasciato entrare. Questa è la realtà. Le testimonianze, i video, le foto parlano chiaro: smontano la versione ufficiale del Viminale. Ci dicono che il governo ci sta vendendo una verità vergognosa, a costo di difendere persino la violenza criminale dello squadrismo neo-fascista. Una verità che è quasi una menzogna.
 
   
 
   
 
Matteo Anastasi
Alessandra Vitali
Andrea di Nicola
Curzio Maltese

26 ottobre

Racconto Iperrealista (ovvero "Mi caco addosso da Veltroni" o "Veltroni mi fa cacare?")

 

"Cronaca di incontinenza alla manifestazione del Partito Democratico"

una storia vera

 

25 ottobre 2008.

Roma, Circo Massimo.

Manifestazione del Partito Democratico.

 

Sono seduto sotto al palco, nel mezzo dell'interminabile discorso di Walter Veltroni, quando, tutto d'un tratto, vengo colto da un improvviso e feroce attacco di diarrea. Mi alzo in piedi in preda ai lancinanti dolori di stomaco. Dilaniato da atroci fitte all'addome, inizio a girolonzare tra la folla seminando peti asfissianti e poi allontanandomi subito per evitare una figuraccia, o, peggio, il linciaggio. Mi guardo intorno, mi muovo, gioco con il cellulare, mi sistemo i vestiti, per tenermi occupato, per distrarmi, con la vana speranza che quel subbuglio intestinale finisca al più presto. Ma più resto là ad ascoltare le parole del politico, più mi scappa. Inizio a stare davvero male.

 

Sudo freddo.

 

Ansimo.

 

Tremo.

 

Non odo più nulla. Le parole del Segretario del Partito Democratico si fanno sempre più confuse, incomprensibili. Tutto davanti a me diventa sfocato: milioni di persone, migliaglia di bandiere, centinaia di striscioni... tutto si scuote, si annebbia, si offusca. Tutti i miei sensi partecipano sentitamente alla muta tragedia che si sta consumando all'interno del mio corpo. "Resisti, Matteo. Resisti!", continuo a ripetermi tra me e me, digrignando i denti e sopportando in silenzio questa tortura. "Non ce la faccio. Mi sto veramente cacando addosso. Non ce la faccio", accetto disperatamente la terrificante verità. "Devo tornare a casa", mi dirigo verso la macchina. Ad ogni passo avanti sento le feci che si fluidificano e precipitano verso il basso, pronte a sgorgare dal mio pertugio anale, a inondare le mie mutande, a scorrere lungo le mie gambe, a incrostarsi sulla mia peluria. Stringo l'ano con tutta la potenza che ho in corpo, contraendo il volto in un'espressione di sofferenza disumana. Continuo a camminare, facendomi strada la centinaia di migliaglia di persone intorno al palco e pregando Dio di non essere mai nato. Sono ormai vicino alla macchina quando mi si para innanzi una moderna costruzione prefabbricata di plastica, di colore azzuro, del tutto simile, nella forma e nelle dimensioni, a una cabina telefonica. E' un bagno pubblico, uno di quelli trasportaibili. "Sono salvo" penso con immensa soddisfazione. Mi precipito verso la porta d'accesso. Dinnanzi a me ci sono 3 persone in fila. Attendo che tutti finiscano. L'attesa più traumatizzante e insopportabile della mia intera esistenza. Minuti che sembrano ere geologiche. Ogni secondo che passa sento colare e accumularsi melma lungo il condotto anale. Mi convinco di non potercela fare.

 

Credo di morire.

 

"E' finita, ormai. Sono destinato a cacarmi addosso. Questa è la triste realtà. Sto per cacarmi nei pantaloni". Sto per metteri a piangere, mentre lentamente inizio a rilasciare i muscoli dell'ano, permettendo così, nel giro di pochi istanti, l'inesorabile fuoriscita del liquame escrmentizio. Ma mi blocco all'istante. L'ultima persona in fila davanti a me, esce dal bagno dopo aver espletato le sue funzioni. Uscendo, mi guarda. Ricambio lo sguardo e gli sorrido. Un sorriso che maschera tutta la sofferenza, tutto il dolore, tutta la devastazione del mondo.

 

Entro.

 

Chiudo la porta dietro di me. Mi calo i pantaloni e le mutande sino alle caviglie. Mi tengo sospeso sopra la tazza del cesso per non poggiare le terga sulla plastica sudicia. Tengo le braccia divaricate, facendo leva con i polpastrelli delle dita lungo le pareti laterali del bagno. Mi si gonfiano le vene. Mi trema il volto, ormai paonazzo. Ma mi sono trattenuto per troppo tempo. La pressione è troppo forte. La diarrea esplode fuori dall'ano e viene schizzata violentemente per tutto il bagno, tra rumori rivoltanti che paiono grida e rantoli di un animale morente. Sospiro, finalmente libero. Mi alzo in piedi. Mi volto a contemplare la scena.

 

Gocce di melma marronastra sono sparse ovunque.

 

Rivoli liquidi di poltiglia liqueforme scorrono lungo la tazza.

 

Le mie terga pelose sono bagnate, sporche, incrostate.

 

"E ora come faccio?" mi chiedo orripilato. Scorgo davanti a me il secchio dell'immondizia. Dentro c'è una bottiglietta di acqua "Claudia" semivuota. L'afferro. La apro. La svuoto sopra il mio deretano. Sempre nel cestino trovo una copia de "L'Europa", il quotidiano del Partito Democratico. Strappo la prima pagina sulla quale si staglia una foto enorme del primo piano di Veltroni. Prendo il suo faccione cartaceo e lo struscio sul mio ano, raschiando via tutta la cacca rimastami addosso. Poi getto nella tazza il pezzo di giornale con la foto del segratario, ora decisamente più colorito e abbronzato, e me ne vado, felice.

 

Matteo Anastasi

05 giugno

"3° Memoriale Edoardo Carta" - Resoconto Dante Alighieri

 

2 partite giocate.

 

23 goal subiti.

 

0 goal segnati.

 

Fuori dal torneo al primo turno di eliminazione.

 

E così si conclude la breve ma intensa esperienza di vita del Dante Alighieri...

Che cuore! Che eroi!

 

27/06/08: Dante Alighieri premiato con il tapiro d'oro: "per zero goal, con simpatia" dall'associazione "Edoardo Con Noi".

 

27 maggio

Matteo Anastasi a Gomorra

 

27/05/2008: Oggi ho visto l'Inferno.

 

Scampìa. Italia. Due ore da Roma.

 

Scampìa è un quartiere di Napoli di circa 80.000 abitanti di recente costruzione situato nell'estrema periferia nord della città; il suo nome è diventato tristemente famoso per essere il quartiere più degradato, criminale e problematico della città.

 

Scampìa è stata teatro della "Faida di Scampìa", una sanguinosa guerra di Camorra che in 4 mesi ha provocato oltre 70 morti tra l'ottobre del 2004 e il febbraio del 2005.

 

Scampìa è la piazza di spaccio di droga più grande d'Europa.

 

Edoardo Rosi, frere Matteo ed io entriamo a Scampìa in macchina alle 10.00 di mattina. Le strade sono enormi e desolate, sommerse da rifiuti di ogni genere, sovrastate da imponenti e fatiscenti complessi di appartamenti in cemento armato e amianto. Parcheggiamo in via Ghisleri. Sul marcipiade ci sono siringhe e proiettili di pistola. Ci accolgono i freres della comunità lasalliana di Scampìa. Entriamo nella loro "Casa Arcobaleno", una ludoteca nella quale i ragazzi del quartiere sono sottratti alla criminalità organizzata e al traffico di droga. E' un punto di ritrovo in cui possono giocare tra loro e studiare, seguiti dai freres.

 

Accanto alla "Casa Arcobaleno" c'è una costruzione bassa, diroccata, un magazzino abbandonato. Rampe di scale scendono sotto terra. Una macchina con il vetro anteriore completamente sfasciato, crivellato di colpi, si ferma nel parcheggio antistante. Due ragazzi scendono dalla macchina ed entrano nell'edificio percorrendo le rampe di scale. Apprendo dai freres che le scale conducono a una stanza sotterranea, buia, un punto di ritrovo in cui gli eroinomani si bucano. Qualche ora più tardi siamo a pranzo nell'appartamento dei frati, a poca distanza dalla "stanza del buco", quando sentiamo una sirena. Degli uomini della crocerossa trascinano fuori dal magazzino abbandonato il cadavere di un uomo morto per overdose e lo portano via in ambulanza.

 

A Scampìa c'è la media di un morto al giorno per droga.

 

Ci vengono raccontate storie agghiaccianti: sparatorie, morti ammazzati, palazzi presidiati da uomini armati e coperti da un passamontagna.

"Il parroco di Scampìa è colluso con la camorra, offre protezione ai camorristi" ci dicono frere Martìn e frere Enrico.

Mi alzo da tavola. Mi affaccio alla finestra. Il palazzo di fronte è una gigantesca unità d'abitazioni. I balconi sono pieni di "pali": uomini, donne, vecchi e bambini, che sorvegliano la zona, pronti ad avvisare gli spacciatori con fischi e schiamazzi nel caso passi una volante della polizia. Al piano terra ci sono gli spacciatori: gruppetti di ragazzi che stazionano ai piedi dell'edificio.

 

Dopo pranzo andiamo a conoscere i ragazzi di Scampìa nella "Casa Arcobaleno". Giochiamo con loro a ping pong e a biliardino. E' tempo di andare, devono prepararsi con i freres all'esame di terza media. Ringraziamo e salutiamo tutti. Usciamo dal palazzo, passando per la porta d'ingresso sorvegliata da un giovanotto con occhiali scuri che ci fissa mentre ci allontaniamo. Saliamo in macchina e partiamo. Uscendo da Scampìa passiamo davanti a un manifesto del film "Gomorra".

 

 

Il Naufragio Di Un'Utopia

 

"Fucilerei il progettista delle Vele di Scampìa. Sono contro la pena di morte, ovviamente, ma mi verrebbe voglia di fucilarlo. Quelle costruzioni sono una vergogna. Due le abbiamo già abbattute, le altre tre le demoliremo al più presto per costruire un quartiere più umano".

Così Rosa Russo Iervolino in un' intervista a Radiouno.

 

Può sembrare singolare che, mentre l'opinione pubblica esulta ogni qual volta viene demolita una Vela a Scampìa, la Soprintendenza per i Beni architettonici e la Facoltà di Architettura del Secondo Ateneo di Napoli dedichino un’ampia e articolata mostra all’opera dell'autore delle tanto denigrate macrostrutture. "Franz Di Salvo: le architetture della modernità e della sperimentazione" è l'emblematico titolo di tale esposizione, allestita nella Sala Dorica di Palazzo Reale.

 

Proprio questo apparente paradosso può aiutare a riflettere più serenamente su una vicenda complessa, evitando la rozzezza dei giudizi frettolosi, senza tuttavia sottrarsi all'imprescindibile valutazione critica del fallimento di quella "sperimentazione utopica". Se è vero infatti che la qualità tecnica ed estetica delle Vele di Scampìa è fuori discussione, resta altresì innegabile l'inabitabilità delle stesse per ragioni che vanno aldilà dell’architettura.

 

Per comprendere meglio le motivazioni culturali sottese alle colossali Vele, erette negli anni '60 nel paesaggio amorfo della periferia a nord di Napoli, bisogna comprendere il il tema progettuale della "casa per tutti" di Franz Di Salvo: una "nuova maniera di pensare" la residenza sociale e l'adesione ai valori della modernità. Il suo lavoro rappresentò uno dei più avanzati laboratori dell'innovazione architettonica. Sta di fatto che l’impegno sociale, coniugato all’estetica razionale del movimento moderno, produsse un’opera esemplare per rigore compositivo.

 

Le Vele di Scampìa (1962-75) restano, nonostante tutto, l’opera realizzata che meglio rappresenta la poetica architettonica di Franz Di Salvo. Ispirandosi ai principì delle "unitès d'habitations" di Le Corbusier, e più in generale ai modelli macrostrutturali, Di Salvo articolò l’impianto del complesso residenziale su due tipi edilizi: a «torre» e a «tenda». Quest’ultimo tipo, che imprime l’immagine predominante del complesso delle Vele, è contraddistinto (in sezione) dall’accostamento di due corpi di fabbrica inclinati a gradoni, separati da un grande vuoto centrale attraversato dai lunghi ballatoi sospesi ad un'altezza intermedia rispetto alle quote degli alloggi.

 

L'idea del progetto prevedeva grandi unità abitative dove centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi e creare una comunità, grandi vie di scorrimento, aree verdi tra le varie vele, centri sociali e aree da giuco: una vera e propria città modello, ma varie cause hanno portato a quello che oggi viene definito un ghetto, in primis il terremoto del 1980, che portò molte famiglie, rimaste senza tetto, ad occupare più o meno abusivamente gli alloggi delle vele: questo fece sì che a prevalere furono forme di illegalità, abusivismo e prevaricazione.

 

A questo intreccio di eventi negativi si è associata la mancanza totale della presenza dello Stato: il primo commissariato di Polizia fu insediato nel 1987, esattamente quindici anni dopo la consegna degli alloggi. Ecco che allora i giardini sono il luogo di raccolta degli spacciatori, i viali sono piste per corse clandestine, gli androni dei palazzi luogo di incontro di ladri e ricettatori, teatri di sanguinosi omicidi tra camorristi.

 

La mancata realizzazione di questo "nucleo di socializzazione" è stata certamente una concausa del fallimento. Non sottovalutabile resta tuttavia l'inadeguatezza tipologica intrinseca al modello macrostrutturale rispetto alle attese abitative dei destinatari (un rifiuto non meno radicale è stato più volte manifestato a Roma per il Corviale di Mario Fiorentino).

 

A Napoli, dopo l’abbattimento di tre Vele, tra il '97 e il 2003, restano ancora in piedi solo poche porzioni del complesso, simili a relitti scampati al naufragio di un'utopia.

 

articolo di Benedetto Gravagnuolo
da Il Mattino

09 maggio

9 Maggio 1978

 

Mia dolcissima Noretta,

credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana. Ho tentato di tutto ed ora sia fatta la volontà di Dio; credo di tornare a voi in un'altra forma. Ci rivedremo. Ci ritroveremo. Ci riameremo.

A te debbo dire grazie, infinite grazie, per tutto l'amore che mi hai dato. Ricordati che sei stata la cosa più importante delle mia vita. Abbraccia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A tutti, la mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile; sono le vie del Signore. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.

Ti abbraccio forte.

 

Tuo, Aldo

 

Caro Zaccagnini,

mi rivolgo a te ed intendo con ciò rivolgermi nel modo più formale e, in certo modo, solenne, all'intera Democrazia Cristiana, alla quale mi permetto di indirizzarmi ancora nella mia qualità di Presidente del Partito.

Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno.

Non voglio indicare nessuno in particolare, ma rivolgermi a tutti. Ma è soprattutto alla D.C. che si rivolge il Paese per le sue responsabilità. Se fallisse ora, sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine. Qualsiasi apertura, qualsiasi posizione problematica, qualsiasi segno di consapevolezza immediata della grandezza del problema, con le ore che corrono veloci, sarebbero estremamente importanti. Dite subito che non accettate di dare una risposta immediata e semplice, una risposta di morte. Dissipate subito l’impressione di un partito unito per una decisione di morte. Ricordate, e lo ricordino tutte le forze politiche, che la Costituzione Repubblicana, come primo segno di novità, ha annullato la pena di morte. Così, cari amici, si verrebbe a reintrodurre, non facendo nulla per impedirla, facendo con la propria inerzia, insensibilità e rispetto cieco della ragion di Stato che essa sia di nuovo, di fatto, nel nostro ordinamento.

Ecco, nell’Italia democratica del 1978, nell’Italia del Beccaria io sono condannato a morte.

Che la condanna sia eseguita, dipende da voi. A voi chiedo almeno che la grazia mi sia concessa; mi sia concesso almeno, come tu Zaccagnini sai, per essenziali ragioni di essere curata, assistita, guidata che ha la mia famiglia. La mia angoscia in questo momento sarebbe di lasciarla sola per l’incapacità del mio partito ad assumere le sue responsabilità, a fare un atto di coraggio e responsabilità insieme. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia.

Il mio sangue ricadrà su di voi, sul partito, sul Paese.

Ma se la pietà prevale, il Paese non è finito. Io ripeto che non accetto l’iniqua ed ingrata sentenza della D.C. Nessuna ragione politica e morale mi potranno spingere a farlo. Con il mio è il grido della mia famiglia ferita a morte, che spero possa dire autonomamente la sua parola.

Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare, che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli.

Non creda la D.C. di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa.
Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore.

 

Aldo Moro

 

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28 aprile

Roma Città Aperta... Fino ad oggi.

 

Un bel Saluto Romano alla Roma Città Aperta dei tempi andati.

Ed ecco a voi l'Italia: il paese con una costituzione antifascista e una capitale neofascista.